Armi da fuoco manesche

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Grazie a degli esempi, sono sicuro di poter riassumere meglio quello che mi è parso di capire dalle letture riassunte nel mio ultimo intervento sulle armi manesche. Per vari motivi, la tecnologia mi ha abbandonato in questo lavoro, quindi mi perdonerete se le tavole sono molto rustiche.
Partendo a commentare dall'alto, ho riportato la colubrina citata dall'Angelucci. Il reperto, conservato al museo nazionale dell'Artiglieria, presenta sostanziali differenze stilistiche e costruttive con quello riportato nel suo lavoro, ma per i suoi e nostri scopi tali differenze si possono accantonare.
Questo genere di "schioppetti" maneschi rappresentano, a quanto mi par di capire, una transizione fra lo schioppetto primitivo e l'archibugio manesco (d'ora innanzi eviterò di ricordare che tutte le armi trattate qui sono manesche). Si prenda un esempio di schioppetto primitivo, come può essere lo schioppetto a testa di lupo (conservato al museo storico della caccia e del territorio, Villa Cerreto Guidi, Firenze) nel foglio successivo: un monoblocco dotato di bocca di fuoco dalla canna corta (pochi centimetri), focone sul dorso superiore della canna, ad avancarica. Senza risalire ai primissimi esemplari, sono del design primitivo anche gli schioppetti immanicati, che io riconosco nella tipologia di quello rappresentato in centro al primo foglio: stessa tipologia di canna, ma il "fusto" dello schioppetto è un manico in legno fissato assialmente la canna. Spesse volte, questi schioppi presentano una canna a doppia sezione (vedi in alto, nel terzo foglio). Di concezione simile, ma già tendente alla tecnologia delle armi più moderne, sono gli esempi del secondo foglio: il primo in alto e l'ultimo in basso. Una canna con le solite caratteristiche fissata sopra un manico in legno, che è a tutti gli effetti un teniere, ma la canna è ancora corta e il manico molto lungo.
Da questa terza tipologia di armi il passo a quella dell'Angelucci non è molto lungo: è sufficiente allungare la canna e accorciare il teniere rendendolo più robusto. Notare bene: sto seguendo un mio personale filo logico basato sulle similitudini e non su un solido studio statistico, ma, se mi peronate l'andare a briglia sciolta, cercherò di esprimere chiaramente quello che vedo.
Ora, sappiamo per certo che usare il termine "archibugio" prima del 1480 circa è anacronistico. L'arco buso viene introdotto come termine nei documenti del milanese solo in quegli anni (e sulla sua origine non voglio addentrarmi). Eppure, armi simili all'archibugio esistono già da prima (l'arma a teniere montata su treppiede in fondo al primo foglio è stata dipinta nel 1430). Dunque, come il Promis ha suggerito, sembra plausibile esista un'arma di transizione fra lo schioppetto (che ora possiamo con confidenza dire essere una famiglia di armi sostanzialmente eterogenee) e l'archibugio, che presenta sempre un teniere e un meccanismo di fuoco ("grilletto"), un focone laterale a scodella, e, in Germania almeno, un sistema di mira (vedi la canna riportata in centro al secondo foglio). L'arma disegnata da Francesco di Giorgio Martini tra il 1480 ed il 1490 sembra essere un archibugio, riportandolo ho esagerato il meccanismo a serpentina, che nell'originale suggerisce un focone laterale.
E quindi, una intera tipologia di armi a canna lunga e teniere fra lo schioppetto e l'archibugio non si può ignorare. Ora entrano in gioco i documenti già citati, nei quali si parla di zerbatane. Queste, nella zona del vercellese (è di Vercelli il reperto dell'Angelucci) si confondono con le colubrine, che si è già detto essere armi da posta, forse intese come traduzione dal termine francese usato per indicare gli schioppettieri. Da qui le perplessità del Promis circa il poter confondere i due termini zerbatane e colubrine. Io preferisco eliminare colubrine, e chiamare zerbatane le armi a teniere e canna lunga, focone sul dorso, con o senza grilletto. Si è già detto, gli archibugi vengono col tempo a prendere la funzione di quelle zerbatane che si usavano prima, dando sempre più l'impressione che questo genere di arma fosse una transizione tecnologica fra lo schioppetto e il moderno arco buso.
Le immagini si commentano per lo più da sole, a questo punto. Vorrei sottolineare solo i due esempi di schioppetto del terzo foglio: dicevo che gli schioppettieri sono per lo più appiedati. Ma non è sempre così, come ci è dimostrato anche da un (brutto) schizzo di un manoscritto d'inizio Quattrocento che non riesco più a ritrovare (qualunque aiuto è apprezzato!) di Mariano di Jacopo detto il Taccola tratto dal suo De Ingeneis (ringrazio un probabilmente ignaro A.d'A. per avermi dato il giusto spunto) e dai numerosi e geograficamente distanti esempi di schioppi con gancio.
In realtà io la faccio troppo facile qui: l'argomento è tuttora oggetto di controversie (vedi il lavoro del Merlo citato nella prima parte).
Non ho parlato, per dimenticanza, finora dei due uncini che sono mostrati in due esemplari dei fogli due e tre. La loro funzione è quella di fornire all'operatore uno strumento col quale assicurare l'arma ad una parete stabile per controbilanciare il rinculo, furono ampiamente utilizzati e riportati.


Vedi anche:

Sulle armi da fuoco manesche nel Ducato di Milano

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Jan Joest, chiesa di Nicolai, Kalkar
dettaglio di un archibugiere 1505 - 1508.
È da notare la grande modernità dell'arma,
dotata anche di un sistema di mira.
A fianco del soldato è il corno per la polvere

Mi imbatto di recente in diversi documenti riguardanti il loro utilizzo nel Ducato di Milano soprattutto nella seconda metà del XV secolo. Di seguito riporto alcune considerazioni e sunti tratti dalla lettura di altri manuali.

edit: ultimo aggiornamento l'11/09/15
edit: ultimo aggiornamento il 21/09/15
edit: ultimo aggiornamento il 22/09/15

Considerazioni generali

Bisogna dapprima ricordare che, come in tutte le cose che riguardano lo studio delle armi antiche, la terminologia ci porterà inevitabilmente in inganno. Dato questo per assodato, farò del mio meglio per attenermi a dei termini semplici, a mio avviso universali, dei quali tenterò di dare una descrizione. Sono tutti termini presi dai documenti letti, quindi privi di immagini esplicative - e questo è quanto di più dannoso possa colpire la nostra ricerca.

Se prendiamo per buona la dissertazione dello Scardigli, le armi da fuoco divengono veramente efficaci alla fine del Quattrocento, quando finalmente la loro precisione e rapidità di fuoco supera quella delle balestre. Le armi da fuoco manesche subiranno, in quel periodo, il medesimo trattamento già riservato a suo tempo alle balestre, tacciate entrambe di essere armi vili, poiché in grado di eliminare anni di costosto e nobile addestramento di valorosi cavalieri in pochi attimi secondo il volere di chiunque ("plebei armati di schioppi", dice lo Scardigli, cui per lungo tempo si assoggettò la "pratica comune di tagliare la mano al soldato che veniva catturato in possesso di un'arma da fuoco, oppure più semplicemente lo si uccideva sul posto, quasi fosse un malfattore e non un militare" - qualcosa di già visto con le balestre).

L'anno di introduzione in Europa della polvere da sparo è il 1267, il suo tramandatore Roger Bacon (Ruggero Bacone).

Giocoforza mi sono dovuto ispirare ad opere molto differenti per provare a stagliare una classificazione moderna e sensata dal punto di vista dell'utilizzatore. Tra questi, le opere dell'Angelucci non mi danno molto affidamento, ma sono tra le più specifiche per l'ambito considerato. Le opere del Promis sono molto più accademiche, ma si basano sull'opera di Francesco di Giorgio Martini, che però si occupò più di classificare le armi da posta, che non quelle manesche.
La mia classificazione è, in gran parte, arbitraria: se v'è una logica nel modo di chiamare le armi da fuoco nell'Italia del XV, io non l'ho trovato e vedo bene che altri, ben più adatti di me nel compito, hanno a loro volta avuti non pochi problemi e quasi mai si trovano d'accordo. Quindi procedo con una mente più razionale, ri-classificando le bocche da fuoco in base a caratteristiche oggettive che queste possiedono.

Il tiratore

Molti lo chiamano schioppettiere, altri archibugiere, io preferisco il termine tiratore: a seconda dell'arma maneggiata sarà nostra cura fornirlo di un titolo più consono!
Per lo più sembra appiedato (non è sempre così) e, negli eserciti, organizzato in compagnie proprie, ovvero slegato dalla struttura della lancia all'italiana, come ci ricorda il Mallett, con particolare riferimento al periodo 1430 - 1450. D'altronde, nel 1464 durante una campagna in Liguria, si ha notiza di un conestabile di schiopettieri milanesi, tale Giovan Pietro Cagnola, il quale dimostrò "sollecito e di pronto intelletto" (Covini op. cit.) e venne elevato al rango di castellano. Questo fatto attesta la presenza di compagnie di schiopettieri ben distinte dalle altre compagnie di fanti, almeno nell'organizzazione dell'esercito ducale sotto Francesco Sforza.
Dopo la pace di Lodi (1454) si ha notizia di tiratori in tutti gli eserciti permanenti della penisola. Il 22 aprile 1466 durante una rassegna della compagnia dei Dal Verme si conta una numerosa fanteria dotata, tra le altre cose, di cerbottane, targoni e lancelonghe.
Sappiamo che a Milano nel 1476 la proporzione di tiratori era di 1 a 5 nella fanteria, portandosi ad un totale di 2000 unità. Nel 1482 durante i preparativi per la guerra contro Ferrara si annotano 1250 schioppettieri e 352 archibugieri sotto l'egida milanese.
Secondo il Mallett,
lo schioppettiere milanese era equipaggiato con un elmo in ferro e pettorale e, oltre lo schioppetto e la relativa polvere da sparo, portava con sé anche una spada e un'alabarda.
La nazionalità del tiratore, che ho modo di credere fosse quasi sempre un fante provisionato dal Ducato (il Banco degli stipendiati è un "ufficio" particolare che, tra le altre cose, ha il compito di badare alle procedure di arruolamento degli schiopettieri) dal grande quantitativo di armi da fuoco e relativo equipaggiamento movimentato per le diverse operazioni militari, è tipicamente italiana o tedesca.
Il tiratore provisionato viene quindi inviato ove sia richiesto e fornito della bocca da fuoco (che è di pertinenza, almeno per buona parte del Quattrocento, delle munizioni, ovvero delle armerie, nel nostro caso Ducali - nei documenti citati in calce si fa riferimento, ad esempio, a quella di Vigevano. Del medesimo parere è lo Scalini), di un numero di proiettili compreso tra i 50 ed i 100 (di norma), non so se conservati a carico del singolo uomo o secondo un sistema di distribuzione centralizzato, della miccia con cui dare inizio alla reazione chimica che porta allo scoppio. Questa si portava già divisa in tocchetti allegata alla cintura durante le operazioni di battaglia. La polvere poteva essere conservata in corni lavorati, chiusi con tappo e dotati di corregge per essere tenuti a tracolla durante le battaglie. Non è infrequente che la polvere venisse trasportata sul campo di battaglia "da cucinarsi", ossia come componenti da miscelare secondo diverse ricette, in base all'uso destinato.
La paga del tiratore è variabile nel tempo. Nel 1452 la squadra di venticinque schioppettieri capitanati da Protasio Visconte riceve una paga procapite di 6 ducati a 3 lire e 4 soldi per ducato. Nel 1453 un'altra compagnia, di entità ignota, sotto il comando di Tartaglia de Angelo riceve 220 ducati e 26 soldi. Nel 1459 una compagnia di cerbatanieri forte di 18 tiratori riceve 45 fiorini del Reno di paga. Nel 1467, gli schioppettieri di una compagnia forte di 75 uomini ricevono 18 soldi per paga. Nel 1471 un'altra compagnia di schioppettieri ducali forte di 92 unità e capitanata da Ercole da Correggio e Pietro da Robiate riceve 2 lire da 20 soldi per paga il primo mese di campagna (oltralpe), 1 ducato d'oro da 4 lire e 2 soldi il secondo mese ribadito nuovamente più avanti nel mese con un secondo pagamento di identica entità. Di norma si nota che il conestabile del gruppo riceve una paga e mezza.

L'approvvigionamento

È sempre Covini, per ovvie ragioni, a illustrarci il ruolo del milanese Filippo Corio, che operava nell'officium munitionis (le munizioni sono le riserve di armamenti stipati in appositi fortilizi), coadiuvato dal 1455 dall'architetto militare Gadio da Cremona. Corio in particolare sostituisce la carica dei due predecessori Gabriele e Giovanni da Cernusco dopo un tirocinio molto duro sotto Nicolò Arcimboldi: egli infatti segue tutto l'iter della carriera politica nela amministrazione delle munizioni. Nel 1462 ottiene la patente di officiale generale delle munizioni in luogo di Giovanni da Cernusco. Leggendo Covini si può discernere un velato suggerimento alle mire politiche dei Corio (noti armaioli), nelle quali Filippo si attesta come uomo politico e incaricato del mercato del salnitro, del rame e di altri materiali. Filippo Corio curò i suoi affari con diverse trasferte sul suolo italiano e all'estero (il suo "socio" Gadio, al contrario, visse stabilmente a Milano, anche a causa della gotta).
Tornando all'operato dei due presso l'officium, si legge:
Corio e Gadio si occuparono insieme di costruzione di bombarde, di castelli, di armi, di produzione di polvere da sparo, di acquisti di materiali da guerra e da difesa. Durante le imprese militari, il Gadio coordinava il trasporto di materiali e di artiglierie da guerra, portati con carri per terra e con navi per via fluviale.
Al Gadio succederà nel 1480 un assistente, Ambrogio Ferrari.
Da questa descrizione si ricava una visione d'insieme dello stato delle munizioni Ducali, gestite da un potere centrale oligarchico, altrimenti identificabile come un moderno ufficio dirigenziale organizzato e forte di una lunga tradizione: testualmente, l'assetto dell'officium munitionis che prende forma nel corso del '400 con i Visconti, e poi con gli Sforza, resterà sostanzialmente immutato ancora in età spagnola.

Le armi

Le armi manesche in uso nel ducato di Milano si possono distinguere per calibro e avanzamenti tecnologici. Mi pare di poter catalogare i singoli pezzi, oltre che in base alla lunghezza della canna ed al calibro, per metodo d'innesco: a miccia manuale, a serpentina o a crocco; per tecnologia di costruzione: a listelle fucinate e battute con bandelle di rinforzo, fusi e trapanati, a lumaga (ovvero avvolgendo una bandella a spirale intorno all'anima e fucinando in seguito); imbracciati sotto la spalla o sopra la spalla.
Io distinguo allora le seguenti:
  • Schioppetto, può essere di bronzo, ottone o ferro ed è una delle più antiche armi manesche. Possono essere immanicati. Verso la fine del secolo viene dotato di serpentino per evitare di usare la miccia a mano Sebbene nei documenti citati sia riportata questa frase, la serpentina o altri meccanismi d'innesco sono già presenti nella prima metà del XV secolo anche sugli schioppetti, forse più raro il loro utilizzo in Milano. La lunghezza tipica di quest'arma vorrebbe essere secondo l'Angelucci (Milano) compresa fra i 60 ed i 100 cm, la qual cosa non pare un azzardo anche con riferimento al Promis (purché si tenga conto che in questa è compresa sia la canna che il teniere). Nel Codice Atlantico Ambrosiano, la sua lunghezza viene riportata a 2.25 braccia (circa 1.3 m). È di piccolo calibro: 13 mm, a sua detta, sebbene siano conservati presso il Museo Storico Nazionale di Torino due esemplari nominati "schioppetto a miccia" del calibro di 18-20 mm È di calibro molto variabile. In genere viene dato nella letteratura come di piccolo calibro, sebbene in Europa si trovino esemplari che arrivano fino a 40mm. In generale, mi riferisco col termine di schioppetto a tutte quelle armi manesche che non classifico altrimenti (per una migliore classificazione, si vedano anche queste tavole).
    Pietro Cirneo descrive lo scoppietto del 1420 come "Bombarda manesca fusa di rame [probabilmente una lega, n.d.a] perforata a guida si canna: la chiaman schioppetto. Chi le portava, cacciata per forza del fuoco la palla di piombo, trapassava un uomo armato.". Nei Comentaria, lib. IV, Papa Pio II tradotto dal Promis ci racconta dello schioppetto: "è un istrumento inventato prima che altrove in Germania a questi nostri ultimi tempi, di ferro o di rame, di lunghezza ragguagliata all'uomo, grosso da tenersi in pugno e quasi tutto vuoto; nella sua bocca mettesi una pallotta di piombo della grossezza di una nocciuola, già messavi prima la polvere fatta di carbon di fico o di salce mescolato al solfo e nitro: allora al piccol foro appiedi li si presenta il fuoco, il quale appresso alla polvere viene in tanta forza da scagliar la pallotta come fulmine; [...] il colpo di quest'arma non v'è armatura che lo sostenga, sin le quercie ne son penetrate.". Che poi lo scoppietto sia o meno, come molti vorrebbero, una invenzione tedesca, non sta a me disquisire.
    Sappiamo anche che, soprattutto con riguardo ai primi schioppi, si usavano verrettoni come proiettili.
    Spesso, come da molti ritrovamente, la canna dello schioppetto è a doppia sezione, quella più piccola verso il focone. In questa viene introdotta la polvere, "cacciata a forza" e chiusa da un tappo in legno morbido (come il Taccola ci riporta nei suoi lavori), mentre nell'altra sezione, più ampia, viene posizionato il proiettile. La medesima costruzione si ritrova in quelle che in Italia vengono chiamate bombardelle manesche. La dicitura si trova, ad esempio, negli scritti del già citato senese Taccola (vedi anche il completamento a questo articolo), che però, più avanti negli anni, è confusa col termine schioppo. Col metro di analisi finora usato, continuerò a chiamarle schioppetti, sebbene possano arrivare ad avere calibri importanti, poiché non presentano altre caratteristiche veramente peculiari.
  • Zerbatana, alle volte italianizzato in cerbottana, ho preferito la dicitura riportata nei documenti. Il suo utilizzatore è il cerbattaniere. Trattasi di arma da fuoco con lunga canna in fusione e perforata a forma di due tronchi di cono uniti per i diametri minori, focone senza scodellino nella parte superiore dell'arma, immanicata e di medio calibro, 19-22 mm da alcune testimonianze di feriti e da reperti (vedi Museo Nazionale dell'Artiglieria a Torino). I suoi proiettili sono in ferro o piombo, spesso la canna è decorata con forma di teste di fiere. Secondo le parole del Promis, da molti citato per la sua encomiabile e grande opera sulla storia delle armi da fuoco, la zerbatana si trova già in uso nel 1438 durante l'assedio di Brescia. Dice il Promis che "rettamente giudicò il Venturi, scrivendo che nel XV secolo le cerbottane furono assomigliate alle colubrine", così sembra dire anche l'Angelucci citato e così voglio fare anche io, confondendo questa dicitura e quella di colubrina (colubrinetta, poiché parliamo di armi manesche) e preferendo la zerbatana a questa, per distinguerla dalle più grandi versioni non manesche. Spesso alla zerbatana si attribuisce una grande lunghezza della canna, che mi fa pensare ad una tecnologia di realizzazione che escluda la fusione, con la possibilità di essere montata su carretti o su cavalletti - insomma, come per le altre armi da fuoco, anche la zerbatana viene in vari calibri, alcuni da posta, altri maneschi. Idem accade per lo schioppo e l'archibusone, entrambi in grado di tirare colpi da quasi un kilogrammo (se non di più).
    In generale, mi riferisco col termine di zerbatana a tutte quelle armi da fuoco con la canna di lunghezza superiore ai 500 mm posta su teniere, con focone sul dorso, dotate o meno di meccanismo di innesco.
    Va detto che diversi autori mettono in relazione il calibro e la lunghezza della canna ai fini della catalogazione, ma non sono ancora stato in grado di accendere una analisi così approfondita.
  • Archibugio, fa la sua comparsa stabile come arma manesca (e come nome) verso gli ultimi 20 anni del secolo, può essere a crocco o ad uncino ed è tipicamente in ferro, fuso e trapanato, immanicato senza bandelle di rinforzo. Secondo il Promis, quest'arma va a supplire gli usi per i quali si impiegava già la zerbatana, quindi anche come arma da posta. Purtroppo, egli ci fa notare come spesso gli archibugieri (maneschi) siano chiamati nei documenti colubrinieri, andando ancor più a confondere la nostra piccola ricerca. In generale, all'archibugio manesco si associa sempre un meccanismo di innesco, "originariamente partre propria solo e speciale di quest'arma" dice il Promis. Si dice generalmente che questo abbia un calibro maggiore rispetto allo schioppetto, ma in verità non mi è stato possibile confrontare questa diceria con reperti o testimonianze. Si può assumere un calibro realistico per l'archibugio compreso fra i 20 ed i 30 mm. Mi viene da pensare che il calibro dello schioppetto sia talmente variabile da aver raggiunto, col tempo, anche dimensioni confrontabili con quelle degli archibugi maneschi, ai quali attribuisco arbitrariamente un calibro nell'intorno dei 20 mm. La sua lunghezza (teniere compreso) è tipicamente superiore al metro, la canna sola in un intorno di 600 mm.
    Questo è il termine che presenta meno incomprensioni: per essere definito tale, un archibugio deve avere canna lunga posta su teniere, focone laterale a scodella con meccanismo d'innesco e può avere un sistema di mira.
Tutti e tre i termini sembrano riferirsi al medesimo strumento, almeno ad una prima analisi, ma nei documenti riportati dal Mallett più sopra, durante la campagna di Ferrara si tende a contare separatamente archibugieri e schioppettieri e questo mi fa pensare che debbano essere, almeno nella mente del soldato medievale, tre argomenti separati - e di certo lo sono gli schioppettieri e gli archibugieri, specie con riferimento a queste tavole. È altresì vero che per le informazioni sulla zerbatana ho dovuto far riferimento all'opera di Angelucci (Torino), la quale prende molte delle sue notizie dagli archivi di Vercelli, che per la nostra analisi non si trova sempre sotto il controllo di Milano. Nei documenti milanesi si parla spesso di schioppi e archibugi, mentre in quelli vercellesi si preferisce la dizione zerbatane e colubrine, la qual cosa mi fa pensare che possa esistere anche un problema linguistico dialettale alla base dell'analisi. Troppo scarni i riferimenti di Covini per farmi cambiare idea.

Parlando della polvere nera, è interessante un passo del Biringuccio:
A fare quella [la polvere nera] degli archibusi, et schioppi si piglia dieci parti di salnitro, et una di vergelle di nocellaio, monde, et parte una di solfo, et pestando, o macinando benissimo tutto, si assottiglia, et incorpora, et granasi poi et si asciuga.
La polvere da sei asso e asso, che l'Angelucci cita, è riportata anche dal Biringuccio, ma come polvere speciale per l'innesco: è quella che va nel focone a comunicazione fra l'esterno e la polvere di carica. Vien detta più vivace. A distinguere lo schioppetto dall'archibugio, nell'opera del Promis, sono anche le proporzioni della polvere nella carica: un archibugio ed uno schioppetto caricati a piombo, ma di calibro differente, sia il primo da 30 mm ed il secondo da 15 mm, portano una proporzione della polvere (in peso rispetto al proiettile?) di 1/2 il primo e 1/1 il secondo.
Il Taccola, più antico rispetto questi testi, ci riporta:
Arsenicus mistus cum polvere magis alongie proiscitur lapis bombarda.
 una prescrizione che viene commentata egregiamente dal Merlo, a cui rimando per approfondimenti, e che vien data per comune nel Quattrocento.
Fino agli anni '30 del secolo la polvere si usa solo come miscela (gli elementi sono semplicemente messi nello stesso recipiente e mescolati), un metodo instabile di utilizzo, poiché la gravità può scomporre la miscela in strati ben separati a causa del diverso peso delle componenti. L'uso della polvere in grani, come si acquista oggigiorno, viene introdotto dopo questo periodo e gradualmente.

A queste armi si accompagnano, in numero variabile, aste di ferro per la pressatura della polvere, non sempre con la proporzione di una a una, mentre i proiettili prendono il nome di balotole, balotoline. Alle volte il proiettile dello schioppetto si chiama pietruzza (anche se di piombo o ferro).

Sto preparando una serie di tavole di disegni da mettere a fianco di questo articolo, sperando possano aiutare a chiarire il concetto. Ho pubblicato una serie di tavole di supporto per meglio esprimere il concetto e rivisto alcune frasi di questo articolo il 24/3/15.


Vedi anche:
  • Angelo Angelucci, Gli schioppettieri milanesi nel XV secolo, vol XXIV del Politecnico, Milano 1865
  • V. Biringuccio, De la pirotechnia, X, cap. II, p.159 r, Venezia 1540
  • Associazione Culturale Ossola Inferiore, L'organo a 10 scoppietti di Leonardo, Domodossola, 2008
  • Angelo Angelucci, Documenti inediti per la storia delle armi da fuoco italiane, vol. I, Torino, 1869
  • Michael Mallett, Signori e Mercenari, ed. il Mulino, 1974 [recensione]
  • Marco Scardigli, Cavalieri, Mercenari e Cannoni, ed. Oscar Storia Mondadori, 2014 [recensione]
  • Pietro Cirneo, De rebus Corsicis, vol XXIV, 449
  • Carlo Promis, Dello stato dell'artiglieria circa l'anno millecinquecento, in Memorie Storiche, Torino, 1841
  • Marco Merlo, L'eques scoppiectarius nei manoscritti di Mariano Taccola e i primi archibugieri a cavallo, 2013 (che parla dell'argomento solo dopo 27 pagine di interessante approfondimento)
  • Mario Scalini, Archibugi alla riprova del principe, Firenze, 2010 
  • Maria Nadia Covini, L'esercito del Duca, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma 1998