In maggioranza si trattava di donne

29.12.15 0 Commenti A+ a-

Questa è una ricerca sulla prostituzione nel tardo Medioevo italiano, che vorrebbe ampliare quello che è stato il confusionario (e sotto revisione) precedente articolo sull'argomento, Ars Meretricalis. Per questa seconda ripresa, ho spulciato documenti più particolari e prettamente italiani, senza però tralasciare un episodio che reputo interessante dalla scena europea. Ho cercato di collezionare più informazioni possibili tra quelle che possano essere di aiuto ai ricostruttori, oltre ad aver individuato la posizione del postribolo pubblico di Novara, andando ad aggiungere un tassello nel quadro nel Ducato milanese.

Il solito avvertimento: ai moralisti "tanto-per-fare" e a quanti non sono mossi da genuina curiosità, vade retro. A tutti gli altri, buona lettura!

Tratto dal manoscritto 599 BnF, folio 55v.

Recensione: La vita quotidiana nel Medioevo

2.11.15 0 Commenti A+ a-

Robert Delort scrive un testo di respiro incredibilmente ampio, che tocca dall'alto medioevo alla fine del Quattrocento, saltando di palo in frasca attraverso tanti argomenti che completano lo studio della storia: geologia, biologia, economia, storia della guerra, sociologia, tecnologia. Il risultato è un testo che intrattiene, con passaggi interessanti ed accattivanti ed altri che ho avuto difficoltà a non saltare a piè pari, forse complice la traduzione.

Per chi ha letto saggi specifici riguardanti un singolo argomento (per esempio quelli sull'economia medievale del Cipolla), il testo di Delort sembrerà a volte un riassunto-bigino.

Rimane da dire che l'autore non ha scelto una precisa area geografica d'interesse, ma l'impressione è di sentire spesso parlare del centro-nord Europa (Francia, Germania, Paesi Bassi), raramente di Inghilterra, Spagna, Scandinavia, Turchia o Italia.

Non mi ha entusiasmato, ma questo è un giudizio personale ed esorto ciascuno a formarsi il suo. Quello che mi sento di dire è che il rievocatore italiano vi troverà scarse o nulle informazioni utili alla propria ricerca.

Su 1496 ho già avuto modo di parlare di altri testi riguardanti il tema "la vita quotidiana nel Medioevo": qui e qui.

Informazioni
titolo La vita quotidiana nel Medioevo
autore Robert Delort
edizioni Editori Laterza
anno (prima ed. 1989)
pagine 264
costo 11.00€ (brossura)
ISBN 978-88-420-5268-5

Il fatto d'arme che si fece il terzo dì

16.10.15 0 Commenti A+ a-

Il facto d'arme che si fece il terzo dì fa, passéte con pocho ordine et obedientia, e li nostri deportarono molto vilmente e tristamente, oltre che attesero a sacchezzare li carriaggi dell'inimici; presertim li Stratioti quando dovevano attendere a fare facti d'armi. Nel conflicto si può judicare che li francesi sìano molto miliore gente delle nostre, le quali nostre gente si sono invilite e molto perdute d'animo, sebbene li nostri però non hanno avuto la peggiore. Dell'un campo e dell'altro sono morte più di 3000 persone et infiniti cavalli. La nostra è stata gran perdita per li molti capi che sono stati morti. Li Francesi sono passati el Taro, e li nostri sono restati di là dal Taro.

A scrivere è Lorenzo di Monzaniga, l'8 luglio 1495, riportando la battaglia di Fornovo dal punto di vista della Lega Italica.

Mi sono accorto di non aver scritto molto ultimamente e, in attesa di pubblicare il seguito degli appunti sulla prostituzione nel XV secolo, voglio fare il verso al delizioso Project1400 che si legge sempre avidamente. Spero non se la prendano (e non abbiano già pubblicato questo passo).

Imprese: Capitergium cum gassa

20.9.15 0 Commenti A+ a-

Stereotipo dell'impresa del Capitergio, illustrazioni di Flavia Cusaro.

capitèrgio s. m. [dal lat. mediev. capitergium, comp. di caput «capo» e tema di tergĕre «tergere», sul modello di manutergium]. – Panno per asciugare la testa (in elenchi di corredi dei sec. 14°- 16°), detto anche faccitergio.

Recensione: Donne, madonne, mercanti e cavalieri

10.9.15 0 Commenti A+ a-

Un libriccino veloce da leggere, frizzante, che appassiona moltissimo, talmente tanto da diventare spunto di conversazione fra me e un caro amico ad un fast food, entrambi con la stessa espressione soddisfatta a trovarci perfettamente d'accordo su un testo che non sapevamo nemmeno di aver letto entrambi.

Di cosa parla? Lascio che siano le prime quattordici parole dell'autore a dirlo:

Chi erano, cosa pensavano, come vedevano il mondo uomini e donne del Medioevo?

Un poco fuorviante, l'autore, Alessandro Barbero, in questa frase ci prende in giro: farà parlare sei persone, tre donne e tre uomini, del tutto fuori dall'ordinario.

D'altronde bisogna perdonarlo: del poco che ci è giunto di quei tempi è ovvio aspettarsi che la maggior parte tratti di personaggi famosi, importanti, e quindi, in un certo senso, speciali, e forse non del tutto rispondenti alla realtà quotidiana del Medioevo. Di certo, egli riesce a farci gustare la quotidianità per contrasto con la particolarità della vita di questi individui - e mi sovviene alla mente che non è la prima volta che si parla della vita quotidiana nel Medioevo.

Di quale Medioevo? Direi, senz'ombra di dubbio, di quello che comincia con gli ultimi anni del XIII secolo ed entra nel vivo del XIV. Un testo che ogni appassionato del periodo dovrebbe leggere e possedere, perché è frizzante, spiritoso, scritto con l'idea di essere raccontato (in effetti, raccoglie appunti di alcune lezioni), privo di note bibliografiche o rimandi precisi a fatti e fonti, la qual cosa ci dice che il pubblico di questo libro non è tanto lo studioso accanito, quanto, piuttosto, il lettore da passeggio. Molti dei personaggi trattati sono poi italiani!

Io personalmente sono rimasto affascinato ed ispirato da questo piccolo libro, il cui costo è poi irrisorio, quindi non posso fare altro che esortarvi ad andare in biblioteca, trovarne una copia e cominciare a leggerlo! Fatemi sapere come lo avete trovato, e buona lettura!

Informazioni
titolo Donne, madonne, mercanti e cavalieri - sei storie medievali
autore Alessandro Barbero
edizioni Editori Laterza
anno 2015 (prima ed. 2013)
pagine 129
costo 9.50€ (brossura)
ISBN 978-88-581-1928-0

Dolceacqua

31.8.15 0 Commenti A+ a-

Mi allontano dalle terre del Ducato di Milano, una volta tanto, per visitare il castello Doria nel romantico borgo di Dolceacqua (IM). Non racconterò molto del luogo, perché non ne sono pratico, ma ne consiglio vivamente la visita, giacché rappresenta un piccolo gioiello italiano sito nel suo angolo più estremo, quasi al confine francese.

Il castello di Collobiano

10.8.15 0 Commenti A+ a-

L'androne d'ingresso del castello

Domenica, tarda sera. Cammino per le strade quiete di un paese che anela l'oblio, quando passo sotto il grande arco d'ingresso solo uno stuolo di piccioni mi saluta frusciando. Uno di loro, morto, giace in fronte a me, il suo sangue sull'asfalto.

In questa visione dai toni scuri, l'ambientazione è data da Collobiano (un nome, manco farlo apposta, che coi piccioni ha tutto da spartire), infinitesimo paese del vercellese, di 100 anime.

Eroine del medioevo

30.7.15 0 Commenti A+ a-

Di seguito voglio raccogliere le testimonianze di alcune importanti donne "italiane" dell'evo antico alla memoria delle quali rendo omaggio parlando brevemente della loro vita.
Non voglio far biografie, non ne ho la forza: qui di seguito ci saranno solamente spunti per curiosità e conversazioni. Buona lettura!

Imprese: una introduzione necessaria

28.7.15 0 Commenti A+ a-

Le imprese viscontee e sforzesche sono una presenza costante in ogni luogo di influenza del ducato milanese, in ogni suo prodotto ed in ogni sua emanazione, ciascheduna racchiude una storia, ma le informazioni a riguardo sono, per dirla chiaramente, difficilissime da reperire.

Diversi anni fa, Ugo Pozzati aveva composto un bel lavoro sull'argomento. Volendo riprendere l'intento spirituale di questo suo lavoro, ho intenzione di sviluppare una analisi delle principali imprese visconteo/sforzesche che sia di aiuto a chi vuole ricostruire la storia da un punto di vista pratico.

Buona lettura.

Recensione: Artigianato e Lusso

25.7.15 0 Commenti A+ a-

Questo piccolo libretto da mostra, edito bilingue per attirare un pubblico maggiore, si è rivelato una fonte divertente e leggera di tante informazioni e spunti. Il testo si compone di diversi saggi monotematici sul filo conduttore degli elevati standard qualitativi della produzione milanese nel XIV e XV secolo (sforando senza ritegno nel XVI).

A differenza del tradizionale testo di storia, qui i rimandi bibliografici sono accorpati una volta per tutte a fine libro e i rimandi a piè di pagina limitati all'indispensabile, quindi la lettura è uniforme e accattivante. Ciononostante, il contenuto delle pagine non è per nulla scontato, bensì fresco, mostrato da un punto di vista originale e pieno di spunti per approfondimenti personali.

Discretamente indicizzato e curato in maniera eccelsa, trovo un solo difetto a questo bel libro, stampato su carta solida: non vi è presente alcuna descrizione degli autori contribuenti, per cui il lettore meno informato (come me) non ha idea di chi possano essere i signori autori e di quale possa essere la loro credibilità e importanza nel settore.

Consigliato.


Informazioni
titolo Artigianato e Lusso - Manifatture preziose alle origini del Made in Italy
autore AA.VV. (a cura di Maria Pia Bortolotti)
edizioni Skira
anno 2013 (prima ed. )
pagine 222
costo 25.00€ (brossura)
ISBN 978-88-572-2008-6

Recensione: Anghiari 29 giugno 1440

9.7.15 0 Commenti A+ a-

Nell'aprile 2014 avevo già indugiato sulla battaglia di Anghiari con un testo più corposo, di cui avrò probabilmente modo di parlare più avanti, ma questo libro di Massimo Predonzani era una sorta di pubblicazione mitologica, consigliato, di cui si sentiva parlare e, soprattutto, dal contenuto promettente.

Il testo è un lavoro a più mani, oltre a quelle di Predonzani figurano quelle di noti militanti del reparto ricostruzione storica, tra cui Luigi Battarra (noto anche come Il Libraio del Malatesta), Claudio Mancini e Andrea Carloni (difficile da riassumere in poche righe, ma fondatore del gruppo Imago Antiqua) e mi pare abbia possa avere come pubblico il modellista (pittore di modelli in scala), più che il rievocatore.

La parte storica del testo, cioè la narrazione precisa degli eventi, l'analisi delle cause e delle conseguente, assume un ruolo di secondaria importanza. Ciò detto, le ricerche sembrano essere state effettuate con duro lavoro archivistico.

Bisogna segnalare che l'autore è diplomato maestro d'arte e illustrazione e che il testo spicca per l'analisi simbolica, soprattutto nella seconda metà del libro, mentre è assente una analisi tecnica sui documenti pittorici citati: se mi sarebbe piaciuto poter leggere di come i colori non siano stabili, ad esempio, ma mutino nel tempo e per quali cause, mi risulta facile comprendere come un approccio più scientifico avrebbe richiesto molte più risorse di quelle probabilmente disponibili. Questo detto (e si può catalogare come frutto del mio spirito noioso), consiglio la lettura a tutti i rievocatori. Ho divorato il testo in pochi giorni e ne ho tratto tantissime domande - e la voglia di rileggerlo per trarne delle altre.

Di pregio l'analisi di A. Carloni sulle tecnologie inerenti la costruzione delle bandiere, un argomento di non facile approccio.

Il testo contiene numerose tavole, acquerelli e chine, i primi molto condivisi in rete. Dovrebbe trovarsi sugli scaffali del ricostruttore appassionato di XV secolo.

Informazioni
titolo Anghiari 29 giugno 1440 - la battaglia, l'iconografia, le compagnie di ventura, l'araldica
autore Massimo Predonzani
edizioni Il Cerchio
anno 2010 (prima ed. )
pagine 218
costo 22.00€ (brossura con flange)
ISBN 88-8474-250-6

Armar convien ognun da capo a piedi

1.7.15 0 Commenti A+ a-

Armar convien ognun da capo a piedi
se guerra se de' far: et a cavallo
cum lanza: stocho: et maza senza fallo:
col scuto anchora perch'el non se ledi.

Fianchali havendo et falda li speroni
se metta prima cum schenere arnese
el petto poi cum le sue piastre attese
poi li brazali ch'abban soi spontoni.

Di sopra ihano a mettere lii spalaci
cun forte stringhe: et anchor la bavera
l'elmetto pennagiato: et guanti quera
poi monti cum famigli: et cum regazi.

Sul bayo o sul legiadro soi corsieri
armati di lor barde e fiancaletti
cum le testeri: et cum li pennagieti
pur tutti restan a mi presoneri.

Quattro quartine sugli armaroli dalla Letilogia di Bettino da Trezzo, 1488. L'opera è stata composta a mo' di epitaffio della epidemia di peste del 1485-1487, questo spiega l'ultimo verso.

Sulla realizzazione delle canne da fuoco nel XV secolo

14.6.15 0 Commenti A+ a-

Questo articolo esce grazie al regalo di F.C., alla consulenza di G.A. ed alla curiosità di G.M.

Per un capriccio, mi sono intestardito a saperne di più sulle armi da fuoco nel XV secolo. Quanto ho scoperto, l'ho inserito tra queste pagine, spremendo al massimo le mie capacità. Talvolta, le informazioni riportate dovranno subire qualche lieve correzione, ma, per lo più, credo di aver fatto un buon lavoro.
Grazie ad una visita al Museo delle Armi Luigi Marzoli di Brescia, ho avuto la possibilità di ottenere alcuni scatti che andranno ad arricchire la ricerca finora svolta.
Fucinatura a doghe
 In particolare, in quel museo sono conservati alcuni oggetti molto istruttivi.
Qui a sinistra, la foto di una bombarda costruita con doghe giustapposte e fucinate, rinforzate da numerosi anelli che servono ad assicurare la tenuta del pezzo.
Canna a lumaga
A destra, un particolare di una canna a lumaga, sulla cui realizzazione già ho parlato negli altri articoli.
Questa canna in particolare mi ha lasciato alquanto perplesso: si tratta di una canna da archibugione da posta (o qualche altra arma di simile concezione) di certo ben successiva al XV secolo. Sotto, una foto del manufatto completo (esposto senza descrizione). L'autore è mostrato per confronto (ed è alto 180 cm).
Credo sia il caso di citare per un attimo l'Angelucci, che scrisse:
Quand'ecco, un bel giorno dello scorso mese, mentre cercava appagare la mia curiosità colla lettura dell'inventario della munizione della Rocca di Guastalla fatto il venerdì 28 luglio del 1476, mi cadde sotto gli occhi la particola seguente: "scloptlus unus ferri factus a lumaga." Oh, dissi tra me e me, questo non è altro che uno schioppetto con canna rigata ad elica!
Egli si accorse dell'ormai famoso errore e si corresse in seguito. Eppure questa è una testimonianza dell'esistenza di una tecnologia molto interessante e ben poco nota.
Le canne rimasero senza rigatura ancora per molto tempo.
Faccio parlare ancora l'Angelucci per un attimo:
Lo scoppietto antico aveva una canna di ferro o di metallo non molto diversa nella forma da quelle de' fucili attuali, e come questi si caricò, fino dalla sua origine, per la bocca. Il foro del focone però in principio era situato nella parte superiore della culatta, a vece di esserlo sulla destra, come quando vi si ingiunse, più tardi, uno scodellino per porvi la polvere d'innescatura, cui si appiccava il fuoco a mano con la miccia o corda cotta. In se-
guito si aggiunse un congegno nomato (dalla forma) serpe, serpentino o (traghetto, che stringendo tra le ganascie la miccia, al premere col dito sul grilletto, si abbassava
per avvicinare il carbone della corda accesa alla polvere della inncscatura, che comunicava il fuoco alla carica.
Qui egli incorre in errore, giacché ho prodotto prove dell'esistenza della serpentina nei primi anni del XV secolo, ben prima dell'introduzione della parola Archibugio. Egli proseguirà nel testo spiegandone l'origine, traviato forse da ideologie politiche, mentre io lascio che ogni lettore scelga la storia che preferisce.

Il castello di Cusago

30.5.15 0 Commenti A+ a-

In questa svogliata nota parlo del Castello di Cusago, uno dei più interessanti fortilizi della storia sforzesca in Lombardia. Non sono riuscito ad esimermi dal commentare aspramente lo stato di conservazione del forte e alcune dicerie che vi sono nate intorno: so che la cosa mi farà apparire come una brutta persona, ma questa volta non mi dispiace.

Trecentesca, Morimondo 2015

25.5.15 0 Commenti A+ a-

Questo articolo esce grazie a Luca.

Anche per il 2015 la Trecentesca si è svolta e conclusa. Non ho (ancora) molti pensieri a riguardo, se escludiamo il fatto che la manifestazione è veramente impressionante! Un numero di personaggi e una quantità di tende ed attrezzature da fare invidia, in una location perfetta.

Devo sinceramente ringraziare Luca, che mi ha mandato alcuni dei suoi scatti per la pubblicazione qui in esclusiva! Piccole soddisfazioni per un bambino troppo cresciuto, lo so...

Recensione: Cavalieri, mercenari e cannoni

29.4.15 0 Commenti A+ a-

Sono riuscito a mettere le mani su questo splendido libro nel novembre 2014, fresco di stampa. Leggerlo è stato semplice, ma trarne informazioni ha richiesto molto più tempo. Denso di fatti, numeri e riferimenti, questo saggio di Marco Scardigli ripercorre la storia della guerra in Italia dalla metà del Trecento sino alla fine delle guerre d'Italia, glissando molto sugli aspetti giocati dagli stranieri, durante queste ultime, per concentrarsi su avvenimenti e personaggi della penisola.

Il testo è di facile approccio, sia per il lettore casuale che vuole un riferimento per cominciare, sia per lo studioso di storia. Si riprendono diversi aspetti della vita militare, se non nel dettaglio necessario per una ricostruzione, comunque in una maniera chiara e diretta.

Lo Scardigli, già autore di un saggio simile riguardante l'evoluzione della storia militare nel mondo antico, ha un modo tutto suo di raccontare le cose. Pur mantenendo la classica suddivisione a capitoli, propone ogni paragrafo con un titoletto, in pratica permettendo al lettore di muoversi agilmente e di fermarsi in poco tempo, rendendo la lettura efficace anche in quei ritagli da cinque/dieci minuti, magari nel trasferimento casa-lavoro, che spesso restano inutilizzati.

Questo testo deve trovare posto sullo scaffale del ricostruttore del XV secolo.

Informazioni
titolo Cavalieri, mercenari e cannoni - l'arte della guerra nell'Italia del Rinascimento
autore Marco Scardigli
edizioni Arnoldo Mondadori Edizioni
anno 2014 (prima ed. 2014)
pagine 488
costo 13.00€ (brossura)
ISBN 978-88-04-64395-1

Recensione: Al traditor s'uccida

7.4.15 0 Commenti A+ a-

Pregevole testo che, senza sintesi, approfondisce la vicenda della congiura de' Pazzi, contestualizzandola nel panorama politico italiano del periodo.

Niccolò Capponi, già presente con altri approfondimenti specifici nelle collane de il Saggiatore, riesce a rendere le vicende di un passato remoto in maniera vivida, precisa, ripercorribile quasi al centimetro, in un testo che si legge facilmente, adatto a tutte le età e per nulla noioso (sull'argomento se ne parlava allo scorso Armi e Bagagli con F.P.).

Il Capponi ripresenta, tipico del suo modo di scrivere, un linguaggio colorito, arricchito di metafore e modi di dire che stimolano la lettura, ma anche la struttura, già incontrata nel suo "La battaglia di Anghiari" (il Saggiatore, 2011), divisa in capitoli tematici e cronologici aperti da poche righe di quello che sembra un racconto breve, in grado di accompagnare la lettura e di pacificarne il ritmo, mostrando il punto di vista di uno dei protagonisti della storia.

Ne consiglio vivamente la lettura, si tratta di una edizione ben curata, ricca di note bibliografiche e dotata di un glossario dei termini, copiose note e un indice di nomi e luoghi. Punto d'onore del Capponi, l'aver ricercato i discendenti dei protagonisti della congiura per chiedere loro di commentare la vicenda. In chiusura del libro, due lettere, una di Cosimo de' Pazzi, l'altra di Ippolita de' Medici-Tornaquinci, riescono a commuovere. A mio avviso, un lavoro magistrale.

Informazioni
titolo Al traditor s'uccida - la congiura de' Pazzi, un dramma italiano
autore Niccolò Capponi
edizioni Il Saggiatore
anno 2014 (prima ed. )
pagine 357
costo 22.00€ (brossura)
ISBN 978-88-4281791-8

Armi da fuoco manesche

24.3.15 0 Commenti A+ a-



Grazie a degli esempi, sono sicuro di poter riassumere meglio quello che mi è parso di capire dalle letture riassunte nel mio ultimo intervento sulle armi manesche. Per vari motivi, la tecnologia mi ha abbandonato in questo lavoro, quindi mi perdonerete se le tavole sono molto rustiche.
Partendo a commentare dall'alto, ho riportato la colubrina citata dall'Angelucci. Il reperto, conservato al museo nazionale dell'Artiglieria, presenta sostanziali differenze stilistiche e costruttive con quello riportato nel suo lavoro, ma per i suoi e nostri scopi tali differenze si possono accantonare.
Questo genere di "schioppetti" maneschi rappresentano, a quanto mi par di capire, una transizione fra lo schioppetto primitivo e l'archibugio manesco (d'ora innanzi eviterò di ricordare che tutte le armi trattate qui sono manesche). Si prenda un esempio di schioppetto primitivo, come può essere lo schioppetto a testa di lupo (conservato al museo storico della caccia e del territorio, Villa Cerreto Guidi, Firenze) nel foglio successivo: un monoblocco dotato di bocca di fuoco dalla canna corta (pochi centimetri), focone sul dorso superiore della canna, ad avancarica. Senza risalire ai primissimi esemplari, sono del design primitivo anche gli schioppetti immanicati, che io riconosco nella tipologia di quello rappresentato in centro al primo foglio: stessa tipologia di canna, ma il "fusto" dello schioppetto è un manico in legno fissato assialmente la canna. Spesse volte, questi schioppi presentano una canna a doppia sezione (vedi in alto, nel terzo foglio). Di concezione simile, ma già tendente alla tecnologia delle armi più moderne, sono gli esempi del secondo foglio: il primo in alto e l'ultimo in basso. Una canna con le solite caratteristiche fissata sopra un manico in legno, che è a tutti gli effetti un teniere, ma la canna è ancora corta e il manico molto lungo.
Da questa terza tipologia di armi il passo a quella dell'Angelucci non è molto lungo: è sufficiente allungare la canna e accorciare il teniere rendendolo più robusto. Notare bene: sto seguendo un mio personale filo logico basato sulle similitudini e non su un solido studio statistico, ma, se mi peronate l'andare a briglia sciolta, cercherò di esprimere chiaramente quello che vedo.
Ora, sappiamo per certo che usare il termine "archibugio" prima del 1480 circa è anacronistico. L'arco buso viene introdotto come termine nei documenti del milanese solo in quegli anni (e sulla sua origine non voglio addentrarmi). Eppure, armi simili all'archibugio esistono già da prima (l'arma a teniere montata su treppiede in fondo al primo foglio è stata dipinta nel 1430). Dunque, come il Promis ha suggerito, sembra plausibile esista un'arma di transizione fra lo schioppetto (che ora possiamo con confidenza dire essere una famiglia di armi sostanzialmente eterogenee) e l'archibugio, che presenta sempre un teniere e un meccanismo di fuoco ("grilletto"), un focone laterale a scodella, e, in Germania almeno, un sistema di mira (vedi la canna riportata in centro al secondo foglio). L'arma disegnata da Francesco di Giorgio Martini tra il 1480 ed il 1490 sembra essere un archibugio, riportandolo ho esagerato il meccanismo a serpentina, che nell'originale suggerisce un focone laterale.
E quindi, una intera tipologia di armi a canna lunga e teniere fra lo schioppetto e l'archibugio non si può ignorare. Ora entrano in gioco i documenti già citati, nei quali si parla di zerbatane. Queste, nella zona del vercellese (è di Vercelli il reperto dell'Angelucci) si confondono con le colubrine, che si è già detto essere armi da posta, forse intese come traduzione dal termine francese usato per indicare gli schioppettieri. Da qui le perplessità del Promis circa il poter confondere i due termini zerbatane e colubrine. Io preferisco eliminare colubrine, e chiamare zerbatane le armi a teniere e canna lunga, focone sul dorso, con o senza grilletto. Si è già detto, gli archibugi vengono col tempo a prendere la funzione di quelle zerbatane che si usavano prima, dando sempre più l'impressione che questo genere di arma fosse una transizione tecnologica fra lo schioppetto e il moderno arco buso.
Le immagini si commentano per lo più da sole, a questo punto. Vorrei sottolineare solo i due esempi di schioppetto del terzo foglio: dicevo che gli schioppettieri sono per lo più appiedati. Ma non è sempre così, come ci è dimostrato anche da un (brutto) schizzo di un manoscritto d'inizio Quattrocento che non riesco più a ritrovare (qualunque aiuto è apprezzato!) di Mariano di Jacopo detto il Taccola tratto dal suo De Ingeneis (ringrazio un probabilmente ignaro A.d'A. per avermi dato il giusto spunto) e dai numerosi e geograficamente distanti esempi di schioppi con gancio.
In realtà io la faccio troppo facile qui: l'argomento è tuttora oggetto di controversie (vedi il lavoro del Merlo citato nella prima parte).
Non ho parlato, per dimenticanza, finora dei due uncini che sono mostrati in due esemplari dei fogli due e tre. La loro funzione è quella di fornire all'operatore uno strumento col quale assicurare l'arma ad una parete stabile per controbilanciare il rinculo, furono ampiamente utilizzati e riportati.


Vedi anche:

Sulle armi da fuoco manesche nel Ducato di Milano

7.3.15 0 Commenti A+ a-

Jan Joest, chiesa di Nicolai, Kalkar
dettaglio di un archibugiere 1505 - 1508.
È da notare la grande modernità dell'arma,
dotata anche di un sistema di mira.
A fianco del soldato è il corno per la polvere

Mi imbatto di recente in diversi documenti riguardanti il loro utilizzo nel Ducato di Milano soprattutto nella seconda metà del XV secolo. Di seguito riporto alcune considerazioni e sunti tratti dalla lettura di altri manuali.

edit: ultimo aggiornamento l'11/09/15
edit: ultimo aggiornamento il 21/09/15
edit: ultimo aggiornamento il 22/09/15

Considerazioni generali

Bisogna dapprima ricordare che, come in tutte le cose che riguardano lo studio delle armi antiche, la terminologia ci porterà inevitabilmente in inganno. Dato questo per assodato, farò del mio meglio per attenermi a dei termini semplici, a mio avviso universali, dei quali tenterò di dare una descrizione. Sono tutti termini presi dai documenti letti, quindi privi di immagini esplicative - e questo è quanto di più dannoso possa colpire la nostra ricerca.

Se prendiamo per buona la dissertazione dello Scardigli, le armi da fuoco divengono veramente efficaci alla fine del Quattrocento, quando finalmente la loro precisione e rapidità di fuoco supera quella delle balestre. Le armi da fuoco manesche subiranno, in quel periodo, il medesimo trattamento già riservato a suo tempo alle balestre, tacciate entrambe di essere armi vili, poiché in grado di eliminare anni di costosto e nobile addestramento di valorosi cavalieri in pochi attimi secondo il volere di chiunque ("plebei armati di schioppi", dice lo Scardigli, cui per lungo tempo si assoggettò la "pratica comune di tagliare la mano al soldato che veniva catturato in possesso di un'arma da fuoco, oppure più semplicemente lo si uccideva sul posto, quasi fosse un malfattore e non un militare" - qualcosa di già visto con le balestre).

L'anno di introduzione in Europa della polvere da sparo è il 1267, il suo tramandatore Roger Bacon (Ruggero Bacone).

Giocoforza mi sono dovuto ispirare ad opere molto differenti per provare a stagliare una classificazione moderna e sensata dal punto di vista dell'utilizzatore. Tra questi, le opere dell'Angelucci non mi danno molto affidamento, ma sono tra le più specifiche per l'ambito considerato. Le opere del Promis sono molto più accademiche, ma si basano sull'opera di Francesco di Giorgio Martini, che però si occupò più di classificare le armi da posta, che non quelle manesche.
La mia classificazione è, in gran parte, arbitraria: se v'è una logica nel modo di chiamare le armi da fuoco nell'Italia del XV, io non l'ho trovato e vedo bene che altri, ben più adatti di me nel compito, hanno a loro volta avuti non pochi problemi e quasi mai si trovano d'accordo. Quindi procedo con una mente più razionale, ri-classificando le bocche da fuoco in base a caratteristiche oggettive che queste possiedono.

Il tiratore

Molti lo chiamano schioppettiere, altri archibugiere, io preferisco il termine tiratore: a seconda dell'arma maneggiata sarà nostra cura fornirlo di un titolo più consono!
Per lo più sembra appiedato (non è sempre così) e, negli eserciti, organizzato in compagnie proprie, ovvero slegato dalla struttura della lancia all'italiana, come ci ricorda il Mallett, con particolare riferimento al periodo 1430 - 1450. D'altronde, nel 1464 durante una campagna in Liguria, si ha notiza di un conestabile di schiopettieri milanesi, tale Giovan Pietro Cagnola, il quale dimostrò "sollecito e di pronto intelletto" (Covini op. cit.) e venne elevato al rango di castellano. Questo fatto attesta la presenza di compagnie di schiopettieri ben distinte dalle altre compagnie di fanti, almeno nell'organizzazione dell'esercito ducale sotto Francesco Sforza.
Dopo la pace di Lodi (1454) si ha notizia di tiratori in tutti gli eserciti permanenti della penisola. Il 22 aprile 1466 durante una rassegna della compagnia dei Dal Verme si conta una numerosa fanteria dotata, tra le altre cose, di cerbottane, targoni e lancelonghe.
Sappiamo che a Milano nel 1476 la proporzione di tiratori era di 1 a 5 nella fanteria, portandosi ad un totale di 2000 unità. Nel 1482 durante i preparativi per la guerra contro Ferrara si annotano 1250 schioppettieri e 352 archibugieri sotto l'egida milanese.
Secondo il Mallett,
lo schioppettiere milanese era equipaggiato con un elmo in ferro e pettorale e, oltre lo schioppetto e la relativa polvere da sparo, portava con sé anche una spada e un'alabarda.
La nazionalità del tiratore, che ho modo di credere fosse quasi sempre un fante provisionato dal Ducato (il Banco degli stipendiati è un "ufficio" particolare che, tra le altre cose, ha il compito di badare alle procedure di arruolamento degli schiopettieri) dal grande quantitativo di armi da fuoco e relativo equipaggiamento movimentato per le diverse operazioni militari, è tipicamente italiana o tedesca.
Il tiratore provisionato viene quindi inviato ove sia richiesto e fornito della bocca da fuoco (che è di pertinenza, almeno per buona parte del Quattrocento, delle munizioni, ovvero delle armerie, nel nostro caso Ducali - nei documenti citati in calce si fa riferimento, ad esempio, a quella di Vigevano. Del medesimo parere è lo Scalini), di un numero di proiettili compreso tra i 50 ed i 100 (di norma), non so se conservati a carico del singolo uomo o secondo un sistema di distribuzione centralizzato, della miccia con cui dare inizio alla reazione chimica che porta allo scoppio. Questa si portava già divisa in tocchetti allegata alla cintura durante le operazioni di battaglia. La polvere poteva essere conservata in corni lavorati, chiusi con tappo e dotati di corregge per essere tenuti a tracolla durante le battaglie. Non è infrequente che la polvere venisse trasportata sul campo di battaglia "da cucinarsi", ossia come componenti da miscelare secondo diverse ricette, in base all'uso destinato.
La paga del tiratore è variabile nel tempo. Nel 1452 la squadra di venticinque schioppettieri capitanati da Protasio Visconte riceve una paga procapite di 6 ducati a 3 lire e 4 soldi per ducato. Nel 1453 un'altra compagnia, di entità ignota, sotto il comando di Tartaglia de Angelo riceve 220 ducati e 26 soldi. Nel 1459 una compagnia di cerbatanieri forte di 18 tiratori riceve 45 fiorini del Reno di paga. Nel 1467, gli schioppettieri di una compagnia forte di 75 uomini ricevono 18 soldi per paga. Nel 1471 un'altra compagnia di schioppettieri ducali forte di 92 unità e capitanata da Ercole da Correggio e Pietro da Robiate riceve 2 lire da 20 soldi per paga il primo mese di campagna (oltralpe), 1 ducato d'oro da 4 lire e 2 soldi il secondo mese ribadito nuovamente più avanti nel mese con un secondo pagamento di identica entità. Di norma si nota che il conestabile del gruppo riceve una paga e mezza.

L'approvvigionamento

È sempre Covini, per ovvie ragioni, a illustrarci il ruolo del milanese Filippo Corio, che operava nell'officium munitionis (le munizioni sono le riserve di armamenti stipati in appositi fortilizi), coadiuvato dal 1455 dall'architetto militare Gadio da Cremona. Corio in particolare sostituisce la carica dei due predecessori Gabriele e Giovanni da Cernusco dopo un tirocinio molto duro sotto Nicolò Arcimboldi: egli infatti segue tutto l'iter della carriera politica nela amministrazione delle munizioni. Nel 1462 ottiene la patente di officiale generale delle munizioni in luogo di Giovanni da Cernusco. Leggendo Covini si può discernere un velato suggerimento alle mire politiche dei Corio (noti armaioli), nelle quali Filippo si attesta come uomo politico e incaricato del mercato del salnitro, del rame e di altri materiali. Filippo Corio curò i suoi affari con diverse trasferte sul suolo italiano e all'estero (il suo "socio" Gadio, al contrario, visse stabilmente a Milano, anche a causa della gotta).
Tornando all'operato dei due presso l'officium, si legge:
Corio e Gadio si occuparono insieme di costruzione di bombarde, di castelli, di armi, di produzione di polvere da sparo, di acquisti di materiali da guerra e da difesa. Durante le imprese militari, il Gadio coordinava il trasporto di materiali e di artiglierie da guerra, portati con carri per terra e con navi per via fluviale.
Al Gadio succederà nel 1480 un assistente, Ambrogio Ferrari.
Da questa descrizione si ricava una visione d'insieme dello stato delle munizioni Ducali, gestite da un potere centrale oligarchico, altrimenti identificabile come un moderno ufficio dirigenziale organizzato e forte di una lunga tradizione: testualmente, l'assetto dell'officium munitionis che prende forma nel corso del '400 con i Visconti, e poi con gli Sforza, resterà sostanzialmente immutato ancora in età spagnola.

Le armi

Le armi manesche in uso nel ducato di Milano si possono distinguere per calibro e avanzamenti tecnologici. Mi pare di poter catalogare i singoli pezzi, oltre che in base alla lunghezza della canna ed al calibro, per metodo d'innesco: a miccia manuale, a serpentina o a crocco; per tecnologia di costruzione: a listelle fucinate e battute con bandelle di rinforzo, fusi e trapanati, a lumaga (ovvero avvolgendo una bandella a spirale intorno all'anima e fucinando in seguito); imbracciati sotto la spalla o sopra la spalla.
Io distinguo allora le seguenti:
  • Schioppetto, può essere di bronzo, ottone o ferro ed è una delle più antiche armi manesche. Possono essere immanicati. Verso la fine del secolo viene dotato di serpentino per evitare di usare la miccia a mano Sebbene nei documenti citati sia riportata questa frase, la serpentina o altri meccanismi d'innesco sono già presenti nella prima metà del XV secolo anche sugli schioppetti, forse più raro il loro utilizzo in Milano. La lunghezza tipica di quest'arma vorrebbe essere secondo l'Angelucci (Milano) compresa fra i 60 ed i 100 cm, la qual cosa non pare un azzardo anche con riferimento al Promis (purché si tenga conto che in questa è compresa sia la canna che il teniere). Nel Codice Atlantico Ambrosiano, la sua lunghezza viene riportata a 2.25 braccia (circa 1.3 m). È di piccolo calibro: 13 mm, a sua detta, sebbene siano conservati presso il Museo Storico Nazionale di Torino due esemplari nominati "schioppetto a miccia" del calibro di 18-20 mm È di calibro molto variabile. In genere viene dato nella letteratura come di piccolo calibro, sebbene in Europa si trovino esemplari che arrivano fino a 40mm. In generale, mi riferisco col termine di schioppetto a tutte quelle armi manesche che non classifico altrimenti (per una migliore classificazione, si vedano anche queste tavole).
    Pietro Cirneo descrive lo scoppietto del 1420 come "Bombarda manesca fusa di rame [probabilmente una lega, n.d.a] perforata a guida si canna: la chiaman schioppetto. Chi le portava, cacciata per forza del fuoco la palla di piombo, trapassava un uomo armato.". Nei Comentaria, lib. IV, Papa Pio II tradotto dal Promis ci racconta dello schioppetto: "è un istrumento inventato prima che altrove in Germania a questi nostri ultimi tempi, di ferro o di rame, di lunghezza ragguagliata all'uomo, grosso da tenersi in pugno e quasi tutto vuoto; nella sua bocca mettesi una pallotta di piombo della grossezza di una nocciuola, già messavi prima la polvere fatta di carbon di fico o di salce mescolato al solfo e nitro: allora al piccol foro appiedi li si presenta il fuoco, il quale appresso alla polvere viene in tanta forza da scagliar la pallotta come fulmine; [...] il colpo di quest'arma non v'è armatura che lo sostenga, sin le quercie ne son penetrate.". Che poi lo scoppietto sia o meno, come molti vorrebbero, una invenzione tedesca, non sta a me disquisire.
    Sappiamo anche che, soprattutto con riguardo ai primi schioppi, si usavano verrettoni come proiettili.
    Spesso, come da molti ritrovamente, la canna dello schioppetto è a doppia sezione, quella più piccola verso il focone. In questa viene introdotta la polvere, "cacciata a forza" e chiusa da un tappo in legno morbido (come il Taccola ci riporta nei suoi lavori), mentre nell'altra sezione, più ampia, viene posizionato il proiettile. La medesima costruzione si ritrova in quelle che in Italia vengono chiamate bombardelle manesche. La dicitura si trova, ad esempio, negli scritti del già citato senese Taccola (vedi anche il completamento a questo articolo), che però, più avanti negli anni, è confusa col termine schioppo. Col metro di analisi finora usato, continuerò a chiamarle schioppetti, sebbene possano arrivare ad avere calibri importanti, poiché non presentano altre caratteristiche veramente peculiari.
  • Zerbatana, alle volte italianizzato in cerbottana, ho preferito la dicitura riportata nei documenti. Il suo utilizzatore è il cerbattaniere. Trattasi di arma da fuoco con lunga canna in fusione e perforata a forma di due tronchi di cono uniti per i diametri minori, focone senza scodellino nella parte superiore dell'arma, immanicata e di medio calibro, 19-22 mm da alcune testimonianze di feriti e da reperti (vedi Museo Nazionale dell'Artiglieria a Torino). I suoi proiettili sono in ferro o piombo, spesso la canna è decorata con forma di teste di fiere. Secondo le parole del Promis, da molti citato per la sua encomiabile e grande opera sulla storia delle armi da fuoco, la zerbatana si trova già in uso nel 1438 durante l'assedio di Brescia. Dice il Promis che "rettamente giudicò il Venturi, scrivendo che nel XV secolo le cerbottane furono assomigliate alle colubrine", così sembra dire anche l'Angelucci citato e così voglio fare anche io, confondendo questa dicitura e quella di colubrina (colubrinetta, poiché parliamo di armi manesche) e preferendo la zerbatana a questa, per distinguerla dalle più grandi versioni non manesche. Spesso alla zerbatana si attribuisce una grande lunghezza della canna, che mi fa pensare ad una tecnologia di realizzazione che escluda la fusione, con la possibilità di essere montata su carretti o su cavalletti - insomma, come per le altre armi da fuoco, anche la zerbatana viene in vari calibri, alcuni da posta, altri maneschi. Idem accade per lo schioppo e l'archibusone, entrambi in grado di tirare colpi da quasi un kilogrammo (se non di più).
    In generale, mi riferisco col termine di zerbatana a tutte quelle armi da fuoco con la canna di lunghezza superiore ai 500 mm posta su teniere, con focone sul dorso, dotate o meno di meccanismo di innesco.
    Va detto che diversi autori mettono in relazione il calibro e la lunghezza della canna ai fini della catalogazione, ma non sono ancora stato in grado di accendere una analisi così approfondita.
  • Archibugio, fa la sua comparsa stabile come arma manesca (e come nome) verso gli ultimi 20 anni del secolo, può essere a crocco o ad uncino ed è tipicamente in ferro, fuso e trapanato, immanicato senza bandelle di rinforzo. Secondo il Promis, quest'arma va a supplire gli usi per i quali si impiegava già la zerbatana, quindi anche come arma da posta. Purtroppo, egli ci fa notare come spesso gli archibugieri (maneschi) siano chiamati nei documenti colubrinieri, andando ancor più a confondere la nostra piccola ricerca. In generale, all'archibugio manesco si associa sempre un meccanismo di innesco, "originariamente partre propria solo e speciale di quest'arma" dice il Promis. Si dice generalmente che questo abbia un calibro maggiore rispetto allo schioppetto, ma in verità non mi è stato possibile confrontare questa diceria con reperti o testimonianze. Si può assumere un calibro realistico per l'archibugio compreso fra i 20 ed i 30 mm. Mi viene da pensare che il calibro dello schioppetto sia talmente variabile da aver raggiunto, col tempo, anche dimensioni confrontabili con quelle degli archibugi maneschi, ai quali attribuisco arbitrariamente un calibro nell'intorno dei 20 mm. La sua lunghezza (teniere compreso) è tipicamente superiore al metro, la canna sola in un intorno di 600 mm.
    Questo è il termine che presenta meno incomprensioni: per essere definito tale, un archibugio deve avere canna lunga posta su teniere, focone laterale a scodella con meccanismo d'innesco e può avere un sistema di mira.
Tutti e tre i termini sembrano riferirsi al medesimo strumento, almeno ad una prima analisi, ma nei documenti riportati dal Mallett più sopra, durante la campagna di Ferrara si tende a contare separatamente archibugieri e schioppettieri e questo mi fa pensare che debbano essere, almeno nella mente del soldato medievale, tre argomenti separati - e di certo lo sono gli schioppettieri e gli archibugieri, specie con riferimento a queste tavole. È altresì vero che per le informazioni sulla zerbatana ho dovuto far riferimento all'opera di Angelucci (Torino), la quale prende molte delle sue notizie dagli archivi di Vercelli, che per la nostra analisi non si trova sempre sotto il controllo di Milano. Nei documenti milanesi si parla spesso di schioppi e archibugi, mentre in quelli vercellesi si preferisce la dizione zerbatane e colubrine, la qual cosa mi fa pensare che possa esistere anche un problema linguistico dialettale alla base dell'analisi. Troppo scarni i riferimenti di Covini per farmi cambiare idea.

Parlando della polvere nera, è interessante un passo del Biringuccio:
A fare quella [la polvere nera] degli archibusi, et schioppi si piglia dieci parti di salnitro, et una di vergelle di nocellaio, monde, et parte una di solfo, et pestando, o macinando benissimo tutto, si assottiglia, et incorpora, et granasi poi et si asciuga.
La polvere da sei asso e asso, che l'Angelucci cita, è riportata anche dal Biringuccio, ma come polvere speciale per l'innesco: è quella che va nel focone a comunicazione fra l'esterno e la polvere di carica. Vien detta più vivace. A distinguere lo schioppetto dall'archibugio, nell'opera del Promis, sono anche le proporzioni della polvere nella carica: un archibugio ed uno schioppetto caricati a piombo, ma di calibro differente, sia il primo da 30 mm ed il secondo da 15 mm, portano una proporzione della polvere (in peso rispetto al proiettile?) di 1/2 il primo e 1/1 il secondo.
Il Taccola, più antico rispetto questi testi, ci riporta:
Arsenicus mistus cum polvere magis alongie proiscitur lapis bombarda.
 una prescrizione che viene commentata egregiamente dal Merlo, a cui rimando per approfondimenti, e che vien data per comune nel Quattrocento.
Fino agli anni '30 del secolo la polvere si usa solo come miscela (gli elementi sono semplicemente messi nello stesso recipiente e mescolati), un metodo instabile di utilizzo, poiché la gravità può scomporre la miscela in strati ben separati a causa del diverso peso delle componenti. L'uso della polvere in grani, come si acquista oggigiorno, viene introdotto dopo questo periodo e gradualmente.

A queste armi si accompagnano, in numero variabile, aste di ferro per la pressatura della polvere, non sempre con la proporzione di una a una, mentre i proiettili prendono il nome di balotole, balotoline. Alle volte il proiettile dello schioppetto si chiama pietruzza (anche se di piombo o ferro).

Sto preparando una serie di tavole di disegni da mettere a fianco di questo articolo, sperando possano aiutare a chiarire il concetto. Ho pubblicato una serie di tavole di supporto per meglio esprimere il concetto e rivisto alcune frasi di questo articolo il 24/3/15.


Vedi anche:
  • Angelo Angelucci, Gli schioppettieri milanesi nel XV secolo, vol XXIV del Politecnico, Milano 1865
  • V. Biringuccio, De la pirotechnia, X, cap. II, p.159 r, Venezia 1540
  • Associazione Culturale Ossola Inferiore, L'organo a 10 scoppietti di Leonardo, Domodossola, 2008
  • Angelo Angelucci, Documenti inediti per la storia delle armi da fuoco italiane, vol. I, Torino, 1869
  • Michael Mallett, Signori e Mercenari, ed. il Mulino, 1974 [recensione]
  • Marco Scardigli, Cavalieri, Mercenari e Cannoni, ed. Oscar Storia Mondadori, 2014 [recensione]
  • Pietro Cirneo, De rebus Corsicis, vol XXIV, 449
  • Carlo Promis, Dello stato dell'artiglieria circa l'anno millecinquecento, in Memorie Storiche, Torino, 1841
  • Marco Merlo, L'eques scoppiectarius nei manoscritti di Mariano Taccola e i primi archibugieri a cavallo, 2013 (che parla dell'argomento solo dopo 27 pagine di interessante approfondimento)
  • Mario Scalini, Archibugi alla riprova del principe, Firenze, 2010 
  • Maria Nadia Covini, L'esercito del Duca, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma 1998

Recensione: La vera storia della Lega Lombarda

28.2.15 0 Commenti A+ a-

L'argomento di questo breve saggio è decisamente al di fuori del mio solito interesse. La Lega Lombarda è frutto di vicende che prendono vita nel XII secolo italiano, e la mia curiosità verso il suo contenuto è stata catturata, più che altro, dalla possibilità di scoprire qualcosa sul passato di Milano e della Lombardia, nel tentativo di allargare i miei orizzonti.

Ristampato nel 2008 (senza la prefazione di Indro Montanelli), originato nel 1991, il testo è prodotto in forma di saggio per un lettore casuale, non per uno studioso di storia. Con autoironia per nulla divertente, Franco Cardini afferma nell'introduzione, che per il momento non leggeremo, preferendo postporre la sua lettura alla fine del testo, di aver evitato di appesantire il testo con note bibliografiche poiché è breve, nelle sue 120 pagine, d'accordo con l'editore. Non condivido la scelta, come non condivido la scelta di aggiungere subito dopo che per rispetto dovuto "non tanto agli studiosi, quanto semmai agli studenti che dovessero prendere questo libretto in mano" si preferisce aggiungere una bibliografia essenziale. A maggior ragione, dopo aver citato questo breve passaggio:

Piaccia o no, nella storia la serietà e l'attendibilità del racconto sono molto spesso inversamente proporzionali alla sua sicurezza. Da un cattivo libro di storia si esce invariabilmente pieni di certezze: che però, a un più attento esame, si rivelano fallaci. Da un buon libro di storia si esce con più problemi di quanti se ne avevano cominciando la lettura.

Non è quello che succede leggendo il suo testo, dal quale si evincono determinati fatti, proposti secondo il proverbio "stretta la soglia, larga la via, voi dite la vostra che io dico la mia".

Per carità, il testo è di facile lettura ed anche appassionante. Nel suo svolgimento vi si legge un accanimento contro alcune prese di posizione cristallizzate nello studio superficiale e romantico della storia e l'esposizione degli argomenti è lineare e per nulla confusionaria.

Sono presenti una cronologia essenziale e un indice dei nomi. Pur dicendo ciò, trovo il lavoro per nulla degno della collana Oscar Storia Mondadori, dalla quale mi aspetto ben altre letture - di alcune ho già parlato qui. Eppure, il Cardini è spesso ospite della collana, per la quale ha composto almeno altri sei lavori.

Ora che siamo giunti all'ultima pagina, possiamo tornare indietro a leggere l'introduzione: essa contiene troppi riferimenti agli argomenti passati perché il lettore ignaro possa godere appieno del loro significato prima di aver affrontato la lettura dell'opera, e molti più sono i riferimenti a movimenti politici e personaggi contemporanei, di cui non si sentirebbe la mancanza se fossero assenti. Ed ancora, molto fastidioso è il tono da opinionista politico (sulle vicende della Seconda Repubblica Italiana), vagamente indigesto.

Insomma, un testo che, per me, è di alterne fortune. Forse la vostra biblioteca comunale ne possiede una copia e per me tanto basta.

Informazioni
titolo La vera storia della Lega Lombarda
autore Franco Cardini
edizioni Arnoldo Mondadori Editore
anno 2008 (prima ed. 1991)
pagine 112
costo 9.40€ (brossura)
ISBN 978-88-04-58344-8