Progetto Bivio

31.10.14 0 Commenti A+ a-

Questo articolo è stato reso possibile da Flavia.

Mi piace parlare di progetti in rete, per lo più sconosciuti o poco famigerati nel luogo dove vivo, ma quello di oggi è veramente una perla rara.
Parlo di BIVIO, meglio conosciuto come acronimo di BIblioteca VIrtuale On-line, un progetto tutto italiano sviluppato presso la Scuola Normale di Pisa a mezzo di prestigiose collaborazioni nazionali ed internazionali come Harvard University e la Fondazione Monte dei Paschi di Siena.
Citando dalla biografia del progetto,
Lo scopo è quello di orientare ricerche filosofiche, storiche, storico-artistiche, filologiche alla costituzione di una biblioteca virtuale on line, capace di offrire testi rari nelle edizioni e traduzioni più significative, rese consultabili da adeguati sistemi informatici, garanti di ricerche a vari livelli, dai più semplici, come frequenze di parole, ai più sofisticati in grado di interrogare il contenuto.
Su questo punto siamo ancora molto in là da venire. Da una esperienza utente devo dire che la navigazione è ancora del tutto primitiva, così come lo sviluppo del paragrafo accessibilità sulla lavagna del web-dev di turno.
È possibile interrogare il database attraverso dei percorsi di letture consigliate predefiniti (piuttosto generici) o navigando (scomodamente) per autore. Mi spiace dare un giudizio così negativo su questo aspetto di BIVIO, ma, d'altronde, siamo abituati a ben più complessi software.
La sezione di ricerca avanzata cerca di compensare alla mancanza di accessibilità, ma presenta ampi margini di miglioramento, ad esempio innestando una ricerca per argomenti sfruttando una indicizzazione umana dei contenuti.
Una volta fatta l'abitudine con queste caratteristiche, l'unico limite alle potenzialità di questa bibloteca (tuttora incredibilmente più efficiente di una biblioteca cartacea) sono date dalle sue dimensioni. Mi auguro continuerà a crescere andando ad inglobare sempre più testi e più particolareggiati!
Incredibilmente ricca e degna di nota è la sezione di letture suggerite dal sito. Merita uno sguardo.

Sul vestire in arme

25.10.14 0 Commenti A+ a-

Edit: ho ripreso in mano questi appunti  il 29/6/2015 quando su Lega Italica 1454 viene condiviso un meraviglioso articolo del dott. T. Capwell. Grazie.

Quella che segue è una riflessione su come si rappresenta il fante (presunto tale) armato nell'immaginario della pittura Italiana del XV secolo.
Lontano da me è affermare che questa maniera possa essere corretta o diffusa fra gli uomini di fanteria, trovo interessante accostare  i tre personaggi che seguono.
La provenienza dei tre manichini è:
  1. Bottega del Ghirlandaio, S. Martino divide il mantello con un viandante, Oratorio dei Buonomini di S. Martino, Firenze, seconda metà XV secolo (originale)
  2. Vincenzo Foppa, S. Sebastiano, Brera, Milano, 1468
  3. Domenico Ghirlandaio, Miracolo del pane dei santi Giusto e Clemente, The National Gallery, London, 1479 (originariamente Firenze)
La figura 1) rappresenta un fante armato in maniera pesante, con petto e falde indosate su di un usbergo di maglia che scende fino a metà coscia. Scarpe basse e cosciali in ferro completano la sua dotazione, senza guanti con una spada dal pomolo raffinato. Il farsetto è del tipo di quelli con le maniche a sbuffo e si notano, sotto l'usbergo di maglia, tre coppie di laccetti per manica, probabilmente legati ad asole appena sotto la lunghezza della manica dell'usbergo (intendendo così che le asole sono coperte alla vista). Niente elmo, ma cappello piumato. Dalla foggia del farsetto e dalle considerazioni del Capwell, sembrebbe quasi che l'usbergo sia indossato direttamente sopra un farsetto civile! Egli ricorda un lavoro di J. Herald, Reinassance Dress in Italy 1400-1500, citando:
Dal 1450 diventa modaiolo in Italia indossare laccetti da armare non funzionali su farsetti civili. Questa tendenza sembra essere durata almeno sino al 1490, e può confondere la materia [foggia e costruzione del farsetto da armare] maggiormente, nel senso che laccetti decorativi venivano montati su indumenti non nativamente progettati per essere armati, ma piuttosto come vezzi stilistici personali.
La figura 2) rappresenta un fante armato in maniera maggiore: l'unica parte in tessuto visibile è una porzione della calzabraga destra, rossa come il cappello. Indossa una brigantina sopra di un usbergo di maglia lungo sino a mezza coscia, la qual cosa sembra suggerita dalla presenza di un colletto di maglia: in Italia è accertato l'uso dell'usbergo di maglia completo sul fante e sul cavaliere fino almeno al 1470 (Capwell) in unione con un gonnello lungo sino alle ginocchia; tuttavia, a sostegno del gonnello, vi sarebbe da dire che, di norma, l'usbergo - dotato di mezze maniche - viene indossato sopra il cannone/lama di braccio e non sotto, per garantire maggiore protezione ed, inoltre, l'usbero da uomo d'arme presenta sovente maniche ampie a tale scopo. Protezioni complete per le gambe e scarpe basse, spallacci e protezioni complete per le braccia, senza guanti.
La figura 3) vede un fante senza protezioni, e qui si può apprezzare il farsetto con le maniche a sbuffo e le tre coppie di laccetti per manica, le calzabraghe del modello unito, in due colori, legate al farsetto. Le calzabraghe sono asimmetriche, divisate, con la gamba sinistra decorata da un motivo a spirale, le scarpe basse, senza guanti.

Trovo interessante notare come la figura 3) sia pronta per indossare tutta l'attrezzatura di figura 1), mentre necessiterebbe di alcuni supporti e, magari, di un indumento da armare adatto, per indossare le gambe e le braccia di figura 2). Esclusa questa differenza, figura 3) andrebbe a indossare le protezioni per le gambe, quindi l'usbergo, quindi il petto o la brigantina ed, infine, spallacci, cannoni, gomitiere. Le coppie di laccetti, evidentemente inutilizzate per figura 1, servono a fissare saldamente le piastre delle braccia in maniera che non pesino sulle spalle e che siano agilmente mosse.

Gli usberghi di figura 1) e 2) sono evidentementi differenti: il primo non copre il collo ed anzi scompare sotto il petto di ferro, mentre il secondo possiede un colletto basso, rinforzato da quella che sembra stoffa rossa. Forse è senza maniche?

Parlando per linee molto generali, poiché non è scopo di questo breve appunto entrare nel dettaglio, data per certa l'usanza di rappresentare uomini armati in qualsiasi contesto pittorico, sia esso relazionato o meno con il guerreggiare, questi tre manichini rappresentano una porzione importante dell'idea nell'immaginario pittorico comune del "soldato" appiedato.
L'equipaggiamento rappresentato è realistico, la dotazione sensata, ma a mio personale giudizio, forse semplificata per essere più appropriata alla situazione (trovo notabile l'assenza di protezioni per il capo). Resta da approfondire questo concetto appunto, cioè la quantità di semplificazioni o licenze pittoriche introdotte, anche con riferimento a quest'altra serie di appunti, nella quale si nota un ben più variopinto parco di dotazioni individuali rappresentate.

Abbazia di S. Albino

7.10.14 0 Commenti A+ a-

L'esterno dell'Abbazia. È possibile notare il protiro rinascimentale fuso con il campanile, di epoca ben più antica. Alla sinistra nell'immagine la foresteria, tuttora in uso, mentre il muro di destra era un tempo collegamento con le altre strutture monastiche, ora riconvertite in abitazioni o lasciate al degrado. Foto di Wikipedia
Mortara è una città di quasi 16000 anime, dalla ricca storia. Soffermandosi all'evo antico, impressionante è la piccola abbazia che sorge a sud-ovest dal suo centro: l'abbazia di S. Albino.
In queste righe cercherò di approfondire la storia di questo complesso religioso, oggi meta del pellegrinaggio lungo la via Francigena, perché così scarne sono le notizie a riguardo pubblicate su Wikipedia.
La sua fondazione si fa risalire, in maniera affrettata, al XII secolo a causa della sua linea romanica, sebbene la sua storia cominci tempo prima e molte siano state le aggiunte postume: il campanile è datato 1253, mentre gran parte della navata della chiesa ed il protiro risalgono al 1540.
Iscrizione presente sopra l'entrata della chiesa, foto dell'autore.
Capitelli decorati sul protiro. Su questi sono scomparsi
tutti i segni di trifogli nell'arme dei Birago, ma sono
ancora visibili le iniziali del nome P B A sopra l'arme.
Fu la famiglia Birago, nella figura di Pietro Antonio, a commissionare il rifacimento delle parti danneggiate da un crollo nel 1539 secolo. Gli stemmi della famiglia sono riportati su due delle colonnine del protiro e su una lapide commemorativa sopra l'ingresso (vedi immagini). Interessante notare come lo Stemmario Trivulziano riporti la descrizione araldica "fasciato, doppiomerlato, di rosso e d'argento" mentre nel Patriziato Subalpino si riporti "d'argento a tre fasce di rosso, doppiomerlate; ciascuna carica di cinque trifoglio d'oro".
Difficilmente riconoscibili dalle foto sono appunto questi trifogli, deliziosamente scopiti sull'arme della lapide marmorea.

 L'iscrizione sopra l'ingresso riporta:
HANC DIVI ALBINI AEDEM A CAROLO MAGNO OB PARTAM VICTORIA EX DESIDERIO LONGOBARDORVM REGE DITIONIS ECCLESIE QVINTO HADRIANI PRIMI PONTIFICATVS ANO OCCVPATORE ERECTAM VETVSTATE COLLAPSAM PETRVS ANTONIVS BIRAGVS SACRA HVIVS MODI LOCI PERPETVVS COMENDATARIVS IN MILIVS RESTITVIT ANO SALVTIS DMI MDXXXX
Contrariamente a quanto reca questa iscrizione, la chiesa ha una storia più vetusta: essa sorge nello stesso sito di una costruzione più antica, la parrocchia di S. Eusebio, fondata nella seconda metà del IV secolo da quel Gaudenzio vescovo di Novara.
In seguito, la piccola abbazia si legò alla saga di Amico e Amelio, ricordati in Mortara da diversi medaglioni votivi, di cui oggi sopravvivono solo quelli sul duomo di S. Lorenzo.
L'Abbazia in una rara foto risalente a prima del restauro del 1996.
Cortesia di La Lomellina.
Pare difatti che, nella battaglia fra Carlo e Desiderio, perirono i due paladini Amico e Amelio e Carlo chiese che fossero seppelliti sotto gli altari di due chiese vicine, l'una appunto quella di S. Eusebio e l'altra quella di S. Pietro, poco distante ed oggi del tutto scomparsa. Vuole la leggenda che i due corpi si spostarono nottetempo per ricongiungersi, in nome di una sincera amicizia, sotto l'altare di S. Eusebio. Carlo allora, visto il miracolo, ordinò un ampliamento dell'edificio, che più tardi venne dedicato a S. Albino d'Angers, in onore di Albino Alkwin (o Albino Alquino, come si italianizza oggi o, ancora, Flacco Albino), monaco presso Carlo Magno, morto nell'801 e sovrintendente ai lavori di ampliamento. Riporta il Delconte che "[...] Re Carlo e la Regina Ildegarde [...] rimasero trenta giorni in Selva Bella concedendo «maximas dotes basilicæ beati Eusebii»".
La struttura che si può ammirare ancora oggi, riferendosi esclusivamente alla chiesa, comincia a prendere forma più tardi, dai primi anni del 1100. A questa epoca risalgono i primi graffiti dei pellegrini ancora visibili sulla struttura e documenti ecclesiastici attestano la trasformazione della Abbazia in Parrocchia, con tutti i benefici che seguono.
Nel XIV secolo, il cronista milanese Galvano Fiamma riporta di alcune razzie di Milano a danno di Pavia, durante le quali i milanesi
distrussero la torre ed il campanile di S. Albino che era fuori di Mortara e nel quale erano le urne di Amico e Amelio
Siamo nell'anno 1253, quando il campanile venne (presumibilmente) ricostruito a seguito della razzia, affrescato e approntato a torre munizionale. L'affresco è oggi completamente invisibile, mentre la struttura ha subito rimaneggiamenti nei secoli, con la trasformazione di una feritoia in monofora ad arco a tutto sesto.
Il Papa dispensa, il Papa revoca: nel 1464 l'Abbazia diventa Commenda e, sebbene nella vita monastica nulla sembrò cambiare, si introdussero personaggi appartenenti alla nobiltà nelle faccende amministrative e da qui si segna il declino dell'impianto.
Gli affresci del XV secolo conservati a destra nell'abside.
Foto di Wikipedia

Al XV secolo appartengono anche alcuni particolari affreschi siti sulla parete destra dell'abside, non danneggiato dal crollo del secolo successivo. Questi sono oggi restaurati in una buona maniera e si possono ammirare con una nitidezza comune a ben poche ricchezze italiche. Essi sono firmati da Giovanni da Milano, il quale aggiunse copiosi cartigli all'immagine, tra cui uno (in basso al centro) che reca la sua firma:
Jovannes de Midiolano me pinxit qui abitat in Tridino
Il cartiglio ci informa che questo non è il Giovanni da Milano scolaro di Taddeo Gaddi, ma non ci permette di datare gli affreschi, come viene abitualmente riportato, al 1410. Riportata tre volte (una su un risvolto della parete non visibile in foto), l'arme del committente, tale Pietro da Bi[...], anonimo ignoto del quale, probabilmente, non si conoscerà mai l'identità: il suo cartiglio è rovinato. Egli è, difatti, l'ecclesiasta inginocchiato ai piedi della Vergine.
Purtroppo, nel 1440 vanno anche perduti tutti gli archivi del Capitolo, e, sebbene il nome dell'Abbazia sia rimasto legato a chanson franche, scarnissime restano le informazioni sulla vita medievale all'interno di queste mura. Così, tra le altre minori, sappiamo solo che un anonimo Abate di S. Albino battezzò Polissena figlia di Francesco I Sforza.
Molto di questo sito è andato perduto: incuria di secoli d'abbandono e ristrutturazioni hanno cancellato quasi l'interezza delle decorazioni presenti - l'ultimo della lista nera del degrado è uno splendido affresco della Passione nella sala comune dell'Abbazia, quella riservata ai pellegrin, sciolto dall'azione dell'acqua quando la stanza era priva di copertura. Oggi forse patrimonio del FAI, la chiesa ha tantissimo da offrire ancora e io spero che non venga più depauperata del valore che le spetta. Al suo interno bisogna ammirare, oltre agli affreschi, anche i numerosi quadri e lo splendido altare - insieme alle firme graffite dei pellegrini. Perduti, al contrario, gli affreschi del complesso monastico che sorge alla destra della facciata, ristrutturato solo in parte e di proprietà privata. Incerto, infine, il destino di una finestra monofora in mattoni in stile gotico datata XIII secolo e perfettamente conservata, che si potrebbe utilizzare per il restauro di altre chiese antiche. Al momento, il degrado naturale sembra l'unica via per questo resistente manufatto.


A sinistra: finestra monofora in stile gotico presente negli anfratti non visitabili del complesso. Foto dell'autore.
A destra: rara immagine del cortile degli spazi monastici dell'Abbazia oggi ridotti ad un ammasso di rovi.
Nel 1458 Pietro da Brescia realizza uno splendido Polittico dal nome Madonna in trono tra i ss. Amelio, Lorenzo, Albino e Amico, trasferito vergognosamente alla galleria Sabauda di Torino nel 1840 (inv. 141). Ispirati a questa opera sono gli affreschi della facciata della basilica di S. Lorenzo di Mortara dipinti da Fernando Bialetti ed oggi abbisognosi di una forte opera di restauro.
rimasugli delle decorazioni sulla facciata
della chiesa, risalenti al XVIII secolo.
Foto dell'autore




Pochi anni dopo, lo si è già detto, l'Abbazia diviene Commenda e suo commendatario sarà un certo Cristoforo Maleta, fino al 1518, anno nel quale subentrerà il già citato Pietro Antonio Birago, in carica fino al 1552.
Chiusa così la storia dell'evo antico e della leggenda sulla chiesa, tra gli altri rimaneggiamenti subiti dalla chiesa è necessario ricordare l'intonacazione del 1722, come segnalato da una targa apposta sopra il protiro.
Molto ho omesso di dire su questa bellissima e ricca chiesa, che ora esiste tra una pausa e l'altra nel via vai di pellegrini moderni. Forse verrà il momento di trattare anche la sua storia più recente, di come venne usata a mo' di fortificazione e molto danneggiata nel XIX secolo, ma non ora.
Certo che la confusione di termini e luoghi e fatti che orbita intorno a questa splendida costruzione avrà confuso anche il più attento dei lettori, vi esorto ad una visita in questo luogo magnifico.

Vedi anche:
  •  L'Abbazia di Sant'Albino di Mortara, a cura di Carla Ronza Robecchi, Mortara, 2000
  • S. Albino di Mortara: i santi Amico e Amelio, Maurizio Minchella
  • Sant'Albino di Mortara, E. Delconte, Mortara, 1973
  • Storia di Mortara, E. Tessera, Mortara, 1988
  • Rapsodie inedite intorno alla chiesa di S. Albino, F. Pezza, Mortara, 1946
  • origine di una battaglia e di una leggenda, Silvio Gandini, Biblioteca Civica di Mortara