Recensione: Medioevo sul naso

14.12.14 0 Commenti A+ a-

Sono contentissimo di tornare a parlare di libri e di una autrice italiana con questo splendido Medioevo sul naso, riportato alle stampe proprio quest'anno, per la terza volta dalla sua prima edizione del 2001.
In bella mostra sugli scaffali di una libreria universitaria, il testo mi è subito piaciuto, per la sua edizione appagante e per il titolo, che prometteva di indagare i meriti di un evo che, per troppo tempo, è stato definito come l'epoca buia della nostra civiltà. Già nella premessa, l'autrice ci spiega in pochissime righe di cosa andrà a parlare, dai bottoni ai numeri arabi, dalla stampa alle banche.
Va però detto che il testo, molto organico e specifico all'inizio, quando approccia la questione degli occhiali in maniera molto diffusa, passa via via ad argomentazioni più sintetiche di altre invenzioni, fino a liquidare gli ultimi temi in meno parole della premessa stessa, lasciando al lettore la voglia e la curiosità di leggere di più ed approfondire.
Il testo è, peraltro, scritto in maniera ineccepibile, con ampie note e riferimenti bibliografici e numerosissime immagini che aiutano a focalizzare l'argomento ed avere riferimenti. Ancora, vengono sfatati diversi miti nati da interpretazioni errate dei fatti e da errori di trascrizione, conferendo al lettore medio una cultura e una conoscenza preziosa.
Leggendo questo libro mi sono divertito moltissimo e ho tratto immense soddisfazioni: per certo è un testo (economico) che chiunque si vanti di fare rievocazione storica dovrebbe leggere - ed io personalmente lo consiglio fortissimamente!
Tengo a sottolineare, infine, il fatto che Chiara è figlia di Arsenio Frugoni, già storico medievalista (1914 - 1970) molto apprezzato in Italia.

Segnalo anche la recensione del Libraio del Malatesta, dateci uno sguardo!
Informazioni
titolo Medioevo sul naso, occhiali, bottoni e altre invenzioni medievali
autore Chiara Frugoni
edizioni Editori Laterza
anno 2014 (prima ed. 2001)
pagine 181
costo 16.00€ (brossura)
ISBN 978-88-581-1630-2

Recensione: Vita nel Medioevo

20.11.14 0 Commenti A+ a-

A confronto con le roboanti edizioni saggistiche a stampo storico che riempiono gli scaffali delle librerie, questo interessantissimo volume del 1924 passa inosservato. A tal punto che io l'ho trovato ancora confezionato nell'imballaggio da trasporto dietro alcuni testi sulle filosofie indù.

Non potevo lasciarlo dove si trovava.

Eileen Power fu una storica molto apprezzata nel secolo scorso e questa opera, gentilmente tradotta da Einaudi, è il suo lavoro più conosciuto. Il testo riporta estratti dalla copiosa ricchezza epistolare, soprattutto inglese, romanzati quel poco che basta a rendere la lettura scorrevole e intrigante e riesce a raggiungere perfettamente il suo obiettivo di presentare il medioevo in maniera ampia, molto poco verticale - a dispetto di moltissime monografie più moderne.

La stessa Power scrisse nella sua prefazione all'opera,

Io credo che la storia sociale si presti soprattutto ad essere trattata in modo che potremmo chiamare individualistico e che, di fronte al lettore comune si possa far rivivere il passato più concretamente personificandolo, anziché presentandolo sotto forma di dotti trattati sullo sviluppo della signoria terriera o sul commercio medioevale, pur tanto necessari allo specialista.

Questo pensiero mi ha indotto ad una riflessione su alcune tendenze che mi pare di avvertire nel campo della storia vivente italiana: vi sono moltissimi i quali si concentrano sul dettaglio, su una visione del tutto particolare e minuta della storia, perdendo, spesso, di vista tutto quanto vi è di corollario. Così diviene più importante la lunghezza del particolare capo d'abbigliamento del clima socio-politico della persona che avrebbe indossato tale capo, a discapito della formazione personale e della rievocazione, propriamente detta, di un clima, di un periodo; un po' come se si fosse tutti specialisti senza essere, prima, scolari della visione d'insieme.

Una riflessione che ho trovato rispecchiata appieno nelle parole di mr. Breiding in questo splendido video, che vi invito ad ascoltare interamente.

Particolarmente interessante, per chi si occupa del XV secolo, è la storia di Thomas Betson, completata poi dall'ultima biografia presentata.

Informazioni
titolo Vita nel Medioevo, Il contadino, Il viaggiatore, La badessa, La donna di casa, Il mercante, Il fabbricante di panno
autore Eileen Power
edizioni Giulio Einaudi Editore
anno 2012 (prima ed. 1966)
pagine 209
costo 17.00€ (brossura)
ISBN 978-88-06-15415-8

Quanta sia la ruina

10.11.14 0 Commenti A+ a-

Quanta sia la ruina
d'una altissima torre,
la quale al ciel poggiando s'avvicina
se'l folgor, che Vulcano a Giove affina
la viene in terra a porre:

Così spesso coloro
ch'ambizione ingorda
d'acquistar regno ha coronati d'oro
caggion senza speranz di ristoro,
che'l ciel di lor si scorda.

Che ti giovò il consiglio?
Che ti valser gl'inganni,
ond'eri armato contra ogni periglio?
Felice se facevi il suol vermiglio
essendo fuori d'affani.

Che non saresti morto
misero in tal duolo
quando privo d'imperio e di conforto
prigion morissi in Francia, havendo a torto
voluto regnar solo.

Tu com'empio nemico
et non come tutore
togliesti a tuo nipote il regno antico
credendo sempre d'aver il cielo amico
che punì tanto errore.


Questo è un breve brano composto da M. Paolo Giovio il giovane a coronamento del paragrafo riguardante Ludovico Maria Sforza in Biografie dei Condottieri, testo conservato presso la Biblioteca Trivulziana del Castello Sforzesco di Milano.

Progetto Bivio

31.10.14 0 Commenti A+ a-

Questo articolo è stato reso possibile da Flavia.

Mi piace parlare di progetti in rete, per lo più sconosciuti o poco famigerati nel luogo dove vivo, ma quello di oggi è veramente una perla rara.
Parlo di BIVIO, meglio conosciuto come acronimo di BIblioteca VIrtuale On-line, un progetto tutto italiano sviluppato presso la Scuola Normale di Pisa a mezzo di prestigiose collaborazioni nazionali ed internazionali come Harvard University e la Fondazione Monte dei Paschi di Siena.
Citando dalla biografia del progetto,
Lo scopo è quello di orientare ricerche filosofiche, storiche, storico-artistiche, filologiche alla costituzione di una biblioteca virtuale on line, capace di offrire testi rari nelle edizioni e traduzioni più significative, rese consultabili da adeguati sistemi informatici, garanti di ricerche a vari livelli, dai più semplici, come frequenze di parole, ai più sofisticati in grado di interrogare il contenuto.
Su questo punto siamo ancora molto in là da venire. Da una esperienza utente devo dire che la navigazione è ancora del tutto primitiva, così come lo sviluppo del paragrafo accessibilità sulla lavagna del web-dev di turno.
È possibile interrogare il database attraverso dei percorsi di letture consigliate predefiniti (piuttosto generici) o navigando (scomodamente) per autore. Mi spiace dare un giudizio così negativo su questo aspetto di BIVIO, ma, d'altronde, siamo abituati a ben più complessi software.
La sezione di ricerca avanzata cerca di compensare alla mancanza di accessibilità, ma presenta ampi margini di miglioramento, ad esempio innestando una ricerca per argomenti sfruttando una indicizzazione umana dei contenuti.
Una volta fatta l'abitudine con queste caratteristiche, l'unico limite alle potenzialità di questa bibloteca (tuttora incredibilmente più efficiente di una biblioteca cartacea) sono date dalle sue dimensioni. Mi auguro continuerà a crescere andando ad inglobare sempre più testi e più particolareggiati!
Incredibilmente ricca e degna di nota è la sezione di letture suggerite dal sito. Merita uno sguardo.

Sul vestire in arme

25.10.14 0 Commenti A+ a-

Edit: ho ripreso in mano questi appunti  il 29/6/2015 quando su Lega Italica 1454 viene condiviso un meraviglioso articolo del dott. T. Capwell. Grazie.

Quella che segue è una riflessione su come si rappresenta il fante (presunto tale) armato nell'immaginario della pittura Italiana del XV secolo.
Lontano da me è affermare che questa maniera possa essere corretta o diffusa fra gli uomini di fanteria, trovo interessante accostare  i tre personaggi che seguono.
La provenienza dei tre manichini è:
  1. Bottega del Ghirlandaio, S. Martino divide il mantello con un viandante, Oratorio dei Buonomini di S. Martino, Firenze, seconda metà XV secolo (originale)
  2. Vincenzo Foppa, S. Sebastiano, Brera, Milano, 1468
  3. Domenico Ghirlandaio, Miracolo del pane dei santi Giusto e Clemente, The National Gallery, London, 1479 (originariamente Firenze)
La figura 1) rappresenta un fante armato in maniera pesante, con petto e falde indosate su di un usbergo di maglia che scende fino a metà coscia. Scarpe basse e cosciali in ferro completano la sua dotazione, senza guanti con una spada dal pomolo raffinato. Il farsetto è del tipo di quelli con le maniche a sbuffo e si notano, sotto l'usbergo di maglia, tre coppie di laccetti per manica, probabilmente legati ad asole appena sotto la lunghezza della manica dell'usbergo (intendendo così che le asole sono coperte alla vista). Niente elmo, ma cappello piumato. Dalla foggia del farsetto e dalle considerazioni del Capwell, sembrebbe quasi che l'usbergo sia indossato direttamente sopra un farsetto civile! Egli ricorda un lavoro di J. Herald, Reinassance Dress in Italy 1400-1500, citando:
Dal 1450 diventa modaiolo in Italia indossare laccetti da armare non funzionali su farsetti civili. Questa tendenza sembra essere durata almeno sino al 1490, e può confondere la materia [foggia e costruzione del farsetto da armare] maggiormente, nel senso che laccetti decorativi venivano montati su indumenti non nativamente progettati per essere armati, ma piuttosto come vezzi stilistici personali.
La figura 2) rappresenta un fante armato in maniera maggiore: l'unica parte in tessuto visibile è una porzione della calzabraga destra, rossa come il cappello. Indossa una brigantina sopra di un usbergo di maglia lungo sino a mezza coscia, la qual cosa sembra suggerita dalla presenza di un colletto di maglia: in Italia è accertato l'uso dell'usbergo di maglia completo sul fante e sul cavaliere fino almeno al 1470 (Capwell) in unione con un gonnello lungo sino alle ginocchia; tuttavia, a sostegno del gonnello, vi sarebbe da dire che, di norma, l'usbergo - dotato di mezze maniche - viene indossato sopra il cannone/lama di braccio e non sotto, per garantire maggiore protezione ed, inoltre, l'usbero da uomo d'arme presenta sovente maniche ampie a tale scopo. Protezioni complete per le gambe e scarpe basse, spallacci e protezioni complete per le braccia, senza guanti.
La figura 3) vede un fante senza protezioni, e qui si può apprezzare il farsetto con le maniche a sbuffo e le tre coppie di laccetti per manica, le calzabraghe del modello unito, in due colori, legate al farsetto. Le calzabraghe sono asimmetriche, divisate, con la gamba sinistra decorata da un motivo a spirale, le scarpe basse, senza guanti.

Trovo interessante notare come la figura 3) sia pronta per indossare tutta l'attrezzatura di figura 1), mentre necessiterebbe di alcuni supporti e, magari, di un indumento da armare adatto, per indossare le gambe e le braccia di figura 2). Esclusa questa differenza, figura 3) andrebbe a indossare le protezioni per le gambe, quindi l'usbergo, quindi il petto o la brigantina ed, infine, spallacci, cannoni, gomitiere. Le coppie di laccetti, evidentemente inutilizzate per figura 1, servono a fissare saldamente le piastre delle braccia in maniera che non pesino sulle spalle e che siano agilmente mosse.

Gli usberghi di figura 1) e 2) sono evidentementi differenti: il primo non copre il collo ed anzi scompare sotto il petto di ferro, mentre il secondo possiede un colletto basso, rinforzato da quella che sembra stoffa rossa. Forse è senza maniche?

Parlando per linee molto generali, poiché non è scopo di questo breve appunto entrare nel dettaglio, data per certa l'usanza di rappresentare uomini armati in qualsiasi contesto pittorico, sia esso relazionato o meno con il guerreggiare, questi tre manichini rappresentano una porzione importante dell'idea nell'immaginario pittorico comune del "soldato" appiedato.
L'equipaggiamento rappresentato è realistico, la dotazione sensata, ma a mio personale giudizio, forse semplificata per essere più appropriata alla situazione (trovo notabile l'assenza di protezioni per il capo). Resta da approfondire questo concetto appunto, cioè la quantità di semplificazioni o licenze pittoriche introdotte, anche con riferimento a quest'altra serie di appunti, nella quale si nota un ben più variopinto parco di dotazioni individuali rappresentate.

Abbazia di S. Albino

7.10.14 0 Commenti A+ a-

L'esterno dell'Abbazia. È possibile notare il protiro rinascimentale fuso con il campanile, di epoca ben più antica. Alla sinistra nell'immagine la foresteria, tuttora in uso, mentre il muro di destra era un tempo collegamento con le altre strutture monastiche, ora riconvertite in abitazioni o lasciate al degrado. Foto di Wikipedia
Mortara è una città di quasi 16000 anime, dalla ricca storia. Soffermandosi all'evo antico, impressionante è la piccola abbazia che sorge a sud-ovest dal suo centro: l'abbazia di S. Albino.
In queste righe cercherò di approfondire la storia di questo complesso religioso, oggi meta del pellegrinaggio lungo la via Francigena, perché così scarne sono le notizie a riguardo pubblicate su Wikipedia.
La sua fondazione si fa risalire, in maniera affrettata, al XII secolo a causa della sua linea romanica, sebbene la sua storia cominci tempo prima e molte siano state le aggiunte postume: il campanile è datato 1253, mentre gran parte della navata della chiesa ed il protiro risalgono al 1540.
Iscrizione presente sopra l'entrata della chiesa, foto dell'autore.
Capitelli decorati sul protiro. Su questi sono scomparsi
tutti i segni di trifogli nell'arme dei Birago, ma sono
ancora visibili le iniziali del nome P B A sopra l'arme.
Fu la famiglia Birago, nella figura di Pietro Antonio, a commissionare il rifacimento delle parti danneggiate da un crollo nel 1539 secolo. Gli stemmi della famiglia sono riportati su due delle colonnine del protiro e su una lapide commemorativa sopra l'ingresso (vedi immagini). Interessante notare come lo Stemmario Trivulziano riporti la descrizione araldica "fasciato, doppiomerlato, di rosso e d'argento" mentre nel Patriziato Subalpino si riporti "d'argento a tre fasce di rosso, doppiomerlate; ciascuna carica di cinque trifoglio d'oro".
Difficilmente riconoscibili dalle foto sono appunto questi trifogli, deliziosamente scopiti sull'arme della lapide marmorea.

 L'iscrizione sopra l'ingresso riporta:
HANC DIVI ALBINI AEDEM A CAROLO MAGNO OB PARTAM VICTORIA EX DESIDERIO LONGOBARDORVM REGE DITIONIS ECCLESIE QVINTO HADRIANI PRIMI PONTIFICATVS ANO OCCVPATORE ERECTAM VETVSTATE COLLAPSAM PETRVS ANTONIVS BIRAGVS SACRA HVIVS MODI LOCI PERPETVVS COMENDATARIVS IN MILIVS RESTITVIT ANO SALVTIS DMI MDXXXX
Contrariamente a quanto reca questa iscrizione, la chiesa ha una storia più vetusta: essa sorge nello stesso sito di una costruzione più antica, la parrocchia di S. Eusebio, fondata nella seconda metà del IV secolo da quel Gaudenzio vescovo di Novara.
In seguito, la piccola abbazia si legò alla saga di Amico e Amelio, ricordati in Mortara da diversi medaglioni votivi, di cui oggi sopravvivono solo quelli sul duomo di S. Lorenzo.
L'Abbazia in una rara foto risalente a prima del restauro del 1996.
Cortesia di La Lomellina.
Pare difatti che, nella battaglia fra Carlo e Desiderio, perirono i due paladini Amico e Amelio e Carlo chiese che fossero seppelliti sotto gli altari di due chiese vicine, l'una appunto quella di S. Eusebio e l'altra quella di S. Pietro, poco distante ed oggi del tutto scomparsa. Vuole la leggenda che i due corpi si spostarono nottetempo per ricongiungersi, in nome di una sincera amicizia, sotto l'altare di S. Eusebio. Carlo allora, visto il miracolo, ordinò un ampliamento dell'edificio, che più tardi venne dedicato a S. Albino d'Angers, in onore di Albino Alkwin (o Albino Alquino, come si italianizza oggi o, ancora, Flacco Albino), monaco presso Carlo Magno, morto nell'801 e sovrintendente ai lavori di ampliamento. Riporta il Delconte che "[...] Re Carlo e la Regina Ildegarde [...] rimasero trenta giorni in Selva Bella concedendo «maximas dotes basilicæ beati Eusebii»".
La struttura che si può ammirare ancora oggi, riferendosi esclusivamente alla chiesa, comincia a prendere forma più tardi, dai primi anni del 1100. A questa epoca risalgono i primi graffiti dei pellegrini ancora visibili sulla struttura e documenti ecclesiastici attestano la trasformazione della Abbazia in Parrocchia, con tutti i benefici che seguono.
Nel XIV secolo, il cronista milanese Galvano Fiamma riporta di alcune razzie di Milano a danno di Pavia, durante le quali i milanesi
distrussero la torre ed il campanile di S. Albino che era fuori di Mortara e nel quale erano le urne di Amico e Amelio
Siamo nell'anno 1253, quando il campanile venne (presumibilmente) ricostruito a seguito della razzia, affrescato e approntato a torre munizionale. L'affresco è oggi completamente invisibile, mentre la struttura ha subito rimaneggiamenti nei secoli, con la trasformazione di una feritoia in monofora ad arco a tutto sesto.
Il Papa dispensa, il Papa revoca: nel 1464 l'Abbazia diventa Commenda e, sebbene nella vita monastica nulla sembrò cambiare, si introdussero personaggi appartenenti alla nobiltà nelle faccende amministrative e da qui si segna il declino dell'impianto.
Gli affresci del XV secolo conservati a destra nell'abside.
Foto di Wikipedia

Al XV secolo appartengono anche alcuni particolari affreschi siti sulla parete destra dell'abside, non danneggiato dal crollo del secolo successivo. Questi sono oggi restaurati in una buona maniera e si possono ammirare con una nitidezza comune a ben poche ricchezze italiche. Essi sono firmati da Giovanni da Milano, il quale aggiunse copiosi cartigli all'immagine, tra cui uno (in basso al centro) che reca la sua firma:
Jovannes de Midiolano me pinxit qui abitat in Tridino
Il cartiglio ci informa che questo non è il Giovanni da Milano scolaro di Taddeo Gaddi, ma non ci permette di datare gli affreschi, come viene abitualmente riportato, al 1410. Riportata tre volte (una su un risvolto della parete non visibile in foto), l'arme del committente, tale Pietro da Bi[...], anonimo ignoto del quale, probabilmente, non si conoscerà mai l'identità: il suo cartiglio è rovinato. Egli è, difatti, l'ecclesiasta inginocchiato ai piedi della Vergine.
Purtroppo, nel 1440 vanno anche perduti tutti gli archivi del Capitolo, e, sebbene il nome dell'Abbazia sia rimasto legato a chanson franche, scarnissime restano le informazioni sulla vita medievale all'interno di queste mura. Così, tra le altre minori, sappiamo solo che un anonimo Abate di S. Albino battezzò Polissena figlia di Francesco I Sforza.
Molto di questo sito è andato perduto: incuria di secoli d'abbandono e ristrutturazioni hanno cancellato quasi l'interezza delle decorazioni presenti - l'ultimo della lista nera del degrado è uno splendido affresco della Passione nella sala comune dell'Abbazia, quella riservata ai pellegrin, sciolto dall'azione dell'acqua quando la stanza era priva di copertura. Oggi forse patrimonio del FAI, la chiesa ha tantissimo da offrire ancora e io spero che non venga più depauperata del valore che le spetta. Al suo interno bisogna ammirare, oltre agli affreschi, anche i numerosi quadri e lo splendido altare - insieme alle firme graffite dei pellegrini. Perduti, al contrario, gli affreschi del complesso monastico che sorge alla destra della facciata, ristrutturato solo in parte e di proprietà privata. Incerto, infine, il destino di una finestra monofora in mattoni in stile gotico datata XIII secolo e perfettamente conservata, che si potrebbe utilizzare per il restauro di altre chiese antiche. Al momento, il degrado naturale sembra l'unica via per questo resistente manufatto.


A sinistra: finestra monofora in stile gotico presente negli anfratti non visitabili del complesso. Foto dell'autore.
A destra: rara immagine del cortile degli spazi monastici dell'Abbazia oggi ridotti ad un ammasso di rovi.
Nel 1458 Pietro da Brescia realizza uno splendido Polittico dal nome Madonna in trono tra i ss. Amelio, Lorenzo, Albino e Amico, trasferito vergognosamente alla galleria Sabauda di Torino nel 1840 (inv. 141). Ispirati a questa opera sono gli affreschi della facciata della basilica di S. Lorenzo di Mortara dipinti da Fernando Bialetti ed oggi abbisognosi di una forte opera di restauro.
rimasugli delle decorazioni sulla facciata
della chiesa, risalenti al XVIII secolo.
Foto dell'autore




Pochi anni dopo, lo si è già detto, l'Abbazia diviene Commenda e suo commendatario sarà un certo Cristoforo Maleta, fino al 1518, anno nel quale subentrerà il già citato Pietro Antonio Birago, in carica fino al 1552.
Chiusa così la storia dell'evo antico e della leggenda sulla chiesa, tra gli altri rimaneggiamenti subiti dalla chiesa è necessario ricordare l'intonacazione del 1722, come segnalato da una targa apposta sopra il protiro.
Molto ho omesso di dire su questa bellissima e ricca chiesa, che ora esiste tra una pausa e l'altra nel via vai di pellegrini moderni. Forse verrà il momento di trattare anche la sua storia più recente, di come venne usata a mo' di fortificazione e molto danneggiata nel XIX secolo, ma non ora.
Certo che la confusione di termini e luoghi e fatti che orbita intorno a questa splendida costruzione avrà confuso anche il più attento dei lettori, vi esorto ad una visita in questo luogo magnifico.

Vedi anche:
  •  L'Abbazia di Sant'Albino di Mortara, a cura di Carla Ronza Robecchi, Mortara, 2000
  • S. Albino di Mortara: i santi Amico e Amelio, Maurizio Minchella
  • Sant'Albino di Mortara, E. Delconte, Mortara, 1973
  • Storia di Mortara, E. Tessera, Mortara, 1988
  • Rapsodie inedite intorno alla chiesa di S. Albino, F. Pezza, Mortara, 1946
  • origine di una battaglia e di una leggenda, Silvio Gandini, Biblioteca Civica di Mortara

Studio de "Consegna delle chiavi"

18.9.14 0 Commenti A+ a-

Quello che segue è un breve studio di alcune figure contenute nel celebre dipinto "Consegna delle chiavi" del Perugino, datato 1481-1482.
In particolare, si consideri l'angolo superiore sinistro dell'affresco, dove vi è numerosa popolazione di uomini in armi, presumibilmente fanti.
Riportando velocemente sei di queste figure come segue, ho estrapolato un breve commento.
Le figure non sono presentate come appaiono nel dipinto. Ho lasciato degli accenni di colore per  rendere più agevole il loro riconoscimento nell'affresco.
fig. 1)
parzialmente ricostruita, poiché in secondo piano, presenta un abbigliamento prettamente militare, con lanza, petto e cervelliera. Scarpe basse e brache di un unico colore.
fig. 2)
nessuna protezione individuale per questo fante, dotato di spada ad una mano alla cintura nel fodero e lanza. Le brache, di colore unico, si legano ad un farsetto probabilmente color senape coperto da una sovracotta color grigio/azzurro a mezze maniche. Il cappello ricco porta una piuma.
fig. 3)
fante armato di tutto punto, con petto, braccia, gambe e rispettivi corollari, ma indossa un cappello a ghianda. Porta una spada ad una mano e un roncone. Interessante il gonnello che esce dalle falde, probabilmente metallico a giudicare dalla pittura. Non è chiaro se si tratti di falde aggiuntive o di un gonnello in cotta di maglia.

Questi fanti sono tutti dotati di scudo. Come sopra, le figure sono in ordine sparso e il colore auita il riconoscimento.
fig. 4)
fante armato di lanza e scudo, porta anche una spada ad una mano, una cervelliera e ha braccia coperte da armatura a piastre (probabilmente montata su farsetto d'armare). Indossa brache di un solo colore e farsetto. Da notare il targone a forma di testa di cavallo.
fig. 5)
fante armato di spada ad una mano e rotella. Sulla schiena, incastrato nella cintura, porta una daga del tipo noto col nome anglosassone di ballock dagger. Le brache, di un unico colore, sembrano legate ad un farsetto color giallo, a sua volta dotato di maniche del colore delle brache. La schiena del presunto farsetto non è del tipo solito, non presenta finiture a livello del collo, ed anzi presenta un piccolo colletto del colore delle brache. Indossa un cappello ripiegato con una piuma sulla fronte.
fig. 6)
fante armato di spada ad una mano e rotella. Indossa anche una cervelliera con cercine monocromo. Le brache, di un unico colore, si legano a quello che ha tutta l'aria di essere un farsetto. Ho incluso questa figura per la sua particolarità: il farsetto presenta il dettaglio della manifattura del collo di un colore visibilmente più scuro del resto dell'abito. Le maniche sembrano essere scure, forse in piastra di ferro a giudicare dalla pittura, mentre sulle spalle fanno la loro comparsa due protezioni indiscutibilmente metalliche, a giudicare dalla finitura dorata sul margine si tratta di un usbergo di maglia (indossato sotto il farsetto?). Questa figura mi lascia perplesso soprattutto per questo ultimo particolare, esorto il lettore a dare libero sfogo alle sue ipotesi.

Bisogna considerare, infine, come tutti i fanti presenti in scena portino scarpe basse e siano dipinti per essere sullo sfondo di una scena principale. Secondo i canoni pittorici del XV secolo, questa disposizione indica che l'incontro il gruppo di militari sta eseguendo una azione avvenuta prima rispetto a quella rappresentata in primo piano.

Nota (30/10/2014): da un confronto avuto in un forum di appassionati circa l'argomento, è stata avanzata l'ipotesi che le figure 5 e 6 stiano indossando una brigantina (ringrazio R.d.P. per il confronto). Questo spiegherebbe il modo di portare la cotta di figura 6, ma non ne spiegherebbe il dettaglio (tipico di un farsetto) della realizzazione del collo. Al contrario, figura 5 non è chiara: anche dal confronto con l'orginale, pratica che suggerisco, mi risulta difficoltoso comprendere l'abbigliamento del manichino. Resto aperto a suggerimenti.

Operation War Diary

29.8.14 0 Commenti A+ a-

Diversi anni fa avevo parlato di un interessante progetto il cui scopo era aiutare l'università di Oxford a catalogare una quantità immensa di documenti inerenti il mondo antico.
Ho di recente scoperto un progetto del tutto simile, il cui nome è Operation War Diary, contenente decine di migliaia di documenti inerenti la Grande Guerra.

Con una registrazione gratuita (valida anche per il progetto Ancient Lives - e per molti altri), agli utenti vengono presentate pagine singole di documenti selezionati casualmente; essi sono quindi chiamati ad inserire particolari "indici digitali" al documento, facilitandone l'organizzazione e la consultazione. Un premio prezioso per il laborioso "sedicente storico" è quello di poter leggere il documento originale, privilegio che normalmente non sarebbe facile da ottenere!

Come si evince dal manifesto del progetto, i dati raccolti saranno utilizzati per arricchire l'archivio esistente, per produrre prove tangibili delle esperienze vissute dagli individui nominati nel progetto Lives of the First World War dell'Imperial War Museums (Inghilterra).

Il progetto è stato lanciato il 14 gennaio di quest'anno e mi rammarico di non averlo scoperto prima. Per maggiori informazioni, rimando alla lettura di questo articolo.

Vado subito a scoprire qualcosa di più, sperando di vedere molto aiuto da parte degli amanti della ricostruzione storica (che, ne sono sicuro, non perderanno questa occasione!).

Recensione: Signori e Mercenari

15.6.14 0 Commenti A+ a-

Spesse volte mi trovo nella piccola libreria di stazione Lambrate, a Milano. Ci finisco perché il mio treno è sempre in ritardo - e puntualmente spendo gli ultimi spiccioli del portafoglio in libri, preferendo affrontare la calura estiva o il rigido freddo invernale scansando le bevande portatrici di ristoro presenti nei bar.

Fu così che questo piccolo libro mi finì tra le mani.

Sono un autodidatta in Storia: nessuno mi indica la via da seguire nelle ricerche, così tento di imparare dagli autori di libri, considerati prestigiosi, che di volta in volta riesco a recuperare.

Di questo testo potrei dire molte cose, da quanto mi sia piaciuto leggerlo a quante informazioni preziosissime contiene - senza menzionare la nutritissima sezione bibliografica, dalla quale è possibile estrarre una buona serie di testi per seguire un proprio percorso di ricerca - ma non sarebbe efficace. Oggi dopo pranzo mi è ricapitato fra le mani, come spesso accade da tanti giorni a questa parte e non riesco a trattenermi dall'impulso di rileggerlo (cosa strana per me, che di norma leggo un libro d'un fiato per poi non riprenderlo se non mesi più tardi) e, improvvisamente, mi ricordo di non averne ancora parlato.

Questa è la quinta "recensione" delle mie e più vado avanti a scriverle, più mi accorgo che il mio vero intento non è tanto spiegare cosa ci sia di bello o meno nel testo, piuttosto lasciare delle briciole per chi, come me, si appresta allo studio senza una guida.

Senza ombra di dubbio, questa briciola deve essere letta da chiunque si occupi di ricostruire lo scenario militare italiano, ad esempio subito dopo aver finito i relativi antipasti pubblicati da Osprey.

Signori e Mercenari mi ha fatto crescere moltissimo dal punto di vista culturale e accademico, insegnandomi ancora un paio di buone pratiche nello svolgimento di una ricerca degna del nome.

edit (2015): M. Mallett è, a livello mondiale, uno dei maggiori conoscitori delle vicende guerresche italiane della fine del Medioevo. Ai suoi testi si ispirano moltissime ricerche e questo è forse uno dei più citati degli ultimi anni. Apprezzabilissima anche l'appendice finale coi suoi diversi indici.

Questo è un testo che ogni appassionato di rievocazione italiana militare del XV secolo deve avere letto.

Informazioni
titolo Signori e mercenari, la guerra nell'Italia del Rinascimento
autore Michael Mallett
edizioni il Mulino
anno 2013 (prima ed. 1974)
pagine 296
costo 13.00€ (brossura)
ISBN 978-88-15-24745-2

Ars meretricalis

28.5.14 0 Commenti A+ a-

Due parole di introduzione sono d'obbligo al presente lavoro, che, a tutt'oggi, rappresenta il mio sforzo più grande in termini di ricerca, ricostruzione e documentazione. Al momento della sua ideazione, non avevo idea della quantità di informazioni che avrei avuto modo di raccogliere e, di certo, non sapevo dove sarei arrivato; cionondimeno, avevo ben in mente il motivo che mi ha spinto fino alla sua realizzazione: fornire ai rievocatori dei paletti intorno ai quali costruire delle figure di meretrici credibili. Così, nelle righe che seguono, si avrà modo di leggere della prostituzione nello Ducato di Milano nel XV secolo, in particolare proprio nelle città di Milano e Pavia.

Carpaccio, Due dame veneziane e caccia in laguna.
Le "dame" hanno ogni elemento per essere
connotate come meretrices oneste e d'alta
levatura sociale. A sottolineare, diversi animali
simbolici.

Recensione: Amori Venali

17.4.14 0 Commenti A+ a-

Ho preso a prestito questo volume dalla biblioteca cittadina su consiglio di A. P. qualche tempo fa. Era da molto che si parlava di prostituzione e ruolo delle donne al seguito degli eserciti nel milanese e questo volume mi ha spinto a raccogliere i molti spunti verbali frutto di innumerevoli confronti.

Il testo è affrontato in maniera poco lineare, i salti temporali sono diversi e confondono il lettore e non sono certo l'unico scoglio alla comprensione: i salti spaziali, sono la norma quando la narrazione si ferma su pochi anni per troppe pagine.

Cionondimeno, la sua lettura apre la mente su punti di vista che reputo preziosissimi. Il 2013 è stato un anno che ha visto protagonisti i temi dell'integrazione sociale delle coppie di fatto, dei contratti di relazione civile e sociale delle coppie che esulano da quelle "standardizzate" dal matrimonio inteso come unione cattolica. Questo libro porta aria fresca nei ragionamenti, ormai troppo pesti, che sono stati affrontati negli ultimi tre/quattro anni.

L'autore, J. Rossiaud, che non è nuovo al tema (già nel 1995 arrivava in Italia il suo "La prostituzione nel Medioevo", dopo sette anni dalla sua stesura in francese.) non si concede mai di allontanarsi da uno strettissimo codice deontologico grazie al quale è garantita una lettura piacevole del testo a quasi la totalità del pubblico adulto, a prescindere dall'estrazione sociale. Fermo resta il fatto che per arrivare alla piena comprensione del testo è necessario un quantitativo di cultura personale selettiva, specie della terminologia d'importazione francese.

Ne consiglio la lettura a tutti coloro sono attratti dalle problematiche sociali e di convivenza in strutture comunitarie organizzate sulla base della tolleranza e del rispetto di normative precise, non importa per nulla la passione per la storia: un buon 70% del testo è sociologia.

Per concludere, ho notato con piacere che il testo ci ha messo la metà degli anni ad essere tradotto e commercializzato in Italia rispetto al suo cugino del 1988, segno, forse, di una maggiore apertura mentale verso la tematica del sesso di un paese che, per sua tradizione e storia recente, non si è mai concesso un momento di riposo socialmente accettato sul tema. Chiunque abbia modo di leggere il testo sarà in grado di fare suoi propri ragionamenti su questa riflessione.

Bisogna aggiungere per il piacere dei rievocatori che il testo è stato ampiamente presente all'ultima fiera Armi e Bagagli di Piacenza.

Informazioni
titolo Amori venali, la prostituzione nell'Europa medievale
autore Jacques Rossiaud
edizioni Laterza Editori
anno 2013
pagine 357
costo 24.00€ (brossura)
ISBN 978-88-581-0594-8

Il Castello di Milano, la Sala delle Asse e altre riflessioni

3.4.14 0 Commenti A+ a-

Corte Ducale, foto dell'autore
Il Castello Ducale sito in piazza castello a Milano è, per certo, uno dei monumenti più grandiosi da visitare nella città della bella Madonnina.
Sono stato al castello di recente per alcune ricerche, e vorrei raccogliere alcuni spunti di riflessione a riguardo. Il posto d'onore spetta, chiaramente, al restauro della Sala delle Asse, che sarà completato tra meno di un mese. E non vedo l'ora di scoprire il miglioramento!
La Sala delle Asse nelle sue condizioni
attuali
Il restauro è cominciato nell'ottobre 2013 e le sue finalità erano state ben descritte in un articolo del comune di Milano. Grazie, tra gli altri, alla collaborazione del Politecnico di Milano, è possibile seguire i lavori di restauro direttamente dalla rete dal sito http://www.saladelleassecastello.it/.
I lavori sono effettivamente in corso e sembrano ben diretti, ho portato a casa una evidenza fotografica della cosa.
Nel 2012, nel corso di una visita, mi ero appunto fermato a parlare col custode della sala, col quale avevamo concluso che il restauro sarebbe necessario, ma mancano i fondi. A meno di due anni di distanza si scopre che i lavori erano già pianificati all'epoca e che i fondi, infine, sono arrivati - e probabilmente bisogna ringraziare il vicino expo2015 per questo.
Gli altri appunti riguardano il generale stato di impreparazione dei custodi del museo, in gran parte volontari: il sentore generale è che agiscano sulla base di istruzioni precise ed in maniera efficente, ma senza essere istruiti sul come rapportarsi a domande col pubblico.
Bellissimi i reperti, ben conservati e ben organizzati nella mostra; fa eccezione la sala degli strumenti musicali, ad oggi una delle peggio organizzate. Al contrario, bellissime sorprese mi sono state offerte dalla sala Viscontea.
Le etichette sono ben disposte e gli oggetti sempre riconoscibili sugli espositori; la possibilità di scattare appunti fotografici è ben apprezzata e la luce consente ottime riprese. Guardando la cosa dal punto di vista della ricostruzione storica, mi è spiaciuto non trovare durante l'esposizione alcune informazioni insieme alle etichette, come, ad esempio, il peso, le dimensioni, le distinte dei materiali (queste ultime alle volte presenti). D'altro canto è difficile risalire a dette informazioni, pur possedendo il numero di inventario, attraverso l'imbarazzante sito internet del castello.
Per concludere, allego una risorsa che ritengo importante: una cartina rozza della corte del castello; il motivo è chiaro: né il sito del castello né wikipedia ne hanno una copia e questa viene direttamente da alcune risorse studenti del politecnico.

Il Monastero di Torba

29.3.14 0 Commenti A+ a-

Questo articolo esce grazie al contributo di Flavia.
Monastero di Torba, torre romana, foto dell'autore

Il FAI (Fondo Ambiente Italiano) è una associazione no-profit la cui missione è

Contribuire alla tutela, conservazione e valorizzazione del patrimonio d’arte, natura e paesaggio italiano
Gli affreschi della torre romana,
foto presa dal sito del FAI

fondata nel 1975, ad oggi conta la gestione di 48 beni di cui 25 aperti al pubblico. Tra questi è il bellissimo Monastero di Torba, sito a Gornate Olona (VA), in ottimo stato di conservazione ed assolutamente da visitare.

Perso tra ampi spazi verdi e confinante col Parco di Tenore Olona e nel comprensorio di Castelseprio, il monastero è di grande interesse storico. Per gli appassionati di epoche romane, una moda giustamente apprezzata dai rievocatori storici italiani, il monastero nasce come struttura difensiva romana e la torre (vedi foto) è di questi uno dei rari esempi intatti e visitabili.

Il luogo si presta benissimo ad eventi di ricostruzione storica. Detto per inciso, parlando coi curatori del luogo si scopre che questi ultimi sono particolarmente felici di ospitare simili manifestazioni. Sono pochi anni che la Compagnia di San Giorgio e il Drago ha cessato la sua collaborazione, che garantiva grandiosi eventi (3000+ ingressi), secondo alcuni a causa di un paio di eventi falliti per colpa del maltempo - una storia terribilmente familiare.

Uscendo per un momento dal contesto rievocativo, l'ingresso al luogo costa 5.50€, ed è aperto in questa stagione fino alle 18.00 di sera, con riduzioni per gli studenti che recano apposito tesserino di riconoscimento (3.00 €).

Entrando nel piccolo ristorante costruito all'interno della struttura principale (un lavoro veramente ben fatto, non credo che alcuno potrebbe dire il contrario) ho avuto modo di parlare con R. Al termine della nostra breve chiaccherata, ho avuto l'impressione di aver visitato un luogo gestito da persone lungimiranti, dove il costo degli ingressi viene ridistribuito all'interno del sito stesso per mantenerlo e restaurarlo. Un'opera ammirevole, raro gioiello nel mondo della cultura italiana, dove, spesso, ci si chiede se vi sia effettivamente qualcuno al timone.

L'afflusso di pubblico (coadiuvato da un ampia zona parcheggio ben curata) è stimato pari a 15000 persone/anno, con punte, in passato, di oltre 25000.

edit: 3/7/2016 - So di aver fatto pubblicità spudorata al luogo nel mio articolo originale, ma mi ha colpito veramente molto e merita assolutamente una visita, anche fuori dagli scopi della rievocazione. In effetti, il sito è molto attivo, non solo sul fronte turismo, ma anche sul fronte storia. Tramite il notiziario FAI numero 139 vengo a scoprire che il prof. Brogiolo, incaricato dall'università di Padova di supervisionare i lavori di riqualificazione dell'area nord-ovest del sito, è intitolato scopritore di un edificio multistrato che si potrebbe identificare come l'antico monastero di Torba (VIII - IX secolo d.c.). Questi era collegato con l'area della chiesa e mostra i resti di un'area di lavorazione di utensili metallici.




Vedi anche:

Quelle unità di misura...

15.2.14 0 Commenti A+ a-

L'unificazione delle unità di misura nel mondo avviene gradualmente con la necessità di creare riferimenti sicuri e standardizzati e con la possibilità di spostarsi più facilmente, più velocemente e più lontano. Il Sistema Internazionale viene formalizzato nel 1899 e da allora subisce costantemente molti cambiamenti di grande entità. Oggi, però, si dimostra efficace e ci permette di andare al supermercato e comprare viti e lampadine basandoci su dei numeretti, con la certezza che quelle entreranno perfettamente nel nostro nuovo lampadario.

Quando mi trovo a leggere di bolle o testimonianze antiche, spesso faccio fatica a convertire le lunghezze ed i pesi in unità che so manipolare oggigiorno. Ho trovato alcuni riferimenti che prenderò per affidabili da qui in avanti sull'80esima edizione del Manuale dell'Ingegnere Civile ed Industriale edito da Hoepli nel 1977 a Milano.
Scriverò probabilmente una piccola nota a questo articolo circa il loro utilizzo pratico non appena avrò avuto il tempo di testarli anche sul campo in maniera efficace.

Inserisco una citazione tratta da Delort, op. cit.

D'altra parte le misure campione, di cui in Occidente si sono conservate migliaia di esemplare al tempo della loro sostituzione col sistema metrico, erano più o meno ben imitate entro i limiti territoriali della loro applicazione e pià o meno ben impieate da quelli che le utilizzavano; di qui una mancanza di precisione del tutto abituale nella misurazione dello spazio. Si parla di botti di vino, di sachi di grano o di lana che si sommano, anche se il peso e il contenuto di ogni botte, di ogni sacco sono molto diversi. Inoltre, per esempio, la stessa misura di capacità può essere utilizzata "rasa" o "colma", e questo è un altro importante elemento di approssimazione. Infine, secondo la materia e il modo in cui si presenta, la medesima unità può misurare quantità molto diverse senza provocare il minmo senso di apparente imbarazzo in colui che la utilizza. [...] Il moggio di vino "su feccia" è lontano dall'essere equivalente, nella stessa città, al moggio di vino senza deposito, e non ha nessun rapporto con i moggi precedenti [altri moggi citati n.d.a.]

edit:  ho ripreso in mano questa tabella il 10/06/2015 apportando alcune note, prevalentemente sulle misure in vigore a Napoli e Venezia.
edit: nuovo aggiornamento in data 8/9/2015, aggiunti approfondimenti e migliorate le conversioni su Genova, Venezia e Pisa (vedi Venezia) con note di un documento del XIV secolo, fiorentino.

Tavole di conversione delle antiche unità di misura

Milano

1 braccio = 12 once = 0.595 m (a)
1 trabucco = 6 piedi = 2.611 m
1 pertica = 24 tavole = 654,5 m²
1 moggio = 8 staia = 146.2 l
1 brenta = 96 boccali = 75.6 l
1 libbra grossa = 28 once = 0.763 kg
1 libbra piccola = 12 once = 0.326 kg (a)

Bologna

1 braccio = 0.64 m
1 piede = 0.38 m
1 tornatura = 2080 m²
1 corba = 2 staia = 60 boccali = 78.6 l
1 libbra mercantile = 12 once = 0.362 kg

Firenze

1 braccio = 2 palmi = 0.583 m
1 quadrato = 10 tavole = 3406 m²
1 moggio = 8 sacche = 584.7 l
1 barile = 20 fiaschi = 45.6 l (riferito al vino)
1 barile = 16 fiaschi = 33.43 l (riferito all'olio)
1 libbra = 12 once = 0.3395 kg

si noti che il fiasco di riferimento è quello del vino, non quello dell'olio.

Genova

1 palmo = 0.248 m
1 cannella² = 8.86 m²
10 canne (l) = 35 braccia veneziane =  23.905 m
1 mina = 1/4 staia (l) = 116.5 l
1 barile = 70 l
1 libbra = 12 once = 0.317 kg

Venezia

1 braccio = 0.285 canne genovesi (l) = 0.683 m
18 braccia di stoffa = 17 braccia di stoffa pisane (l)
1 piede = 0.348 m
1 campo = 5204.7 m²
1 campo padovano = 3862.6 m²
1 moggio = 8 mezzeni = 333.3 l
1 botte = 8 mastelli = 751.1 l (b)
1 libbra grossa = 12 once = 0.477 kg
1 libbra sottile = 0.301 kg
1 pollice veneziano = 0.0289779 m (e)

Torino

1 trabucco = 6 piedi liprandi = 3.086 m
1 raso = 0.6 m
1 piede = 0.293 m
1 sacco = 5 mine = 115.3 l
1 carro = 10 brente = 493.1 l
1 libbra = 12 once = 0.369 kg

Napoli

1 canna  = 10 palmi = 2.646 m (c,g)
1 moggio = 100 canne² = 699.9 m²
1 botte = 12 barili = 523.5 l (b,g)
1 tomolo = 55.54 l (f,h)
1 rotolo = 0.891 kg (g)
1 libbra = 12 once = 0.321 kg (g)
1 passo = 7 palmi = 1.84569 (d,e,i)

Roma

1 canna = 10 palmi = 2.234 m
1 pezza = 4 quarte = 2640.6 m²
1 rublo = 22 scorzi = 294.5 l
1 barile = 32 boccali = 75.5 l
1 libbra = 12 once = 0.339 kg

Note:
 a)  1 "libbra" = 0.3267 kg, in Dragon 12-2003, rivista a cura della Companie de Saynt George. Nel medesimo testo, si fa riferimento alla lunghezza del braccio milanese, dato a 59.5 cm.
 b) secondo questo documento, "la botte (o bolla) indicava il contenitore per vino" legale. Nel XIII secolo a Venezia vale circa 450 l, quella di Napoli 470 l; nel XV secolo, senza indicazione geografica, dovrebbe pesare 640 kg. Ammesso questi ultimi siano di vino, equivarrebbero a circa 673 l. Nessuna di queste misure equivale a quella indicata sul manuale dell'Ingegnere, sebbene il testo citato convenga che "prima del 1840, la botte napoletana (=12 barili) valeva 523,4594 l" (e questo valore diventa quello di riferimento dal 1840 in poi). Ne ricaviamo quindi che tra il XIII ed il XIX secolo il valore della "botte" è variabile a Napoli, come a Venezia, dove, in qualche momento, arriva ad equivalere a 751,17 l (come riportato). Si menziona, infine, l'equivalenza 1 carro di vino = 2 botti di vino, con 1 botte = 28,556 palmi cubici = 0.52346 m³ = 523.46 l = 497,287 kg. L'equivalenza tra palmo cubico e m³ riportata non collima con quella proposta dal Manuale dell'Ingegnere.
 c) secondo un editto del 6 aprile 1480, l'equivalenza corretta è 1 canna = 8 palmi = 2.109360 m. Questa resterà valida almeno fino al 1811. Bisogna segnalare, tuttavia, che la conversione canna/metri è suggerita nel testo "antichi pesi e misure". Nel testo citato "Biblioteca di commercio" si fa riferimento al medesimo editto, dichiarando, tuttavia, l'impossibilità di riferire i ragguagli imposti a misure correnti, poiché il metro di paragone si è deteriorato nel tempo. Recependo per attendibile quanto riportato in "antichi pesi e misure", mi riservo di leggere l'editto in forma completa per ulteriori considerazioni.
 d) il medesimo editto datato 6 aprile 1480 pone l'equivalenza di 7 palmi = 1 passo come misura di lunghezza. La canna appare una misura pratica per la produzione, probabilmente di stoffe.
 e) questa voce non è presente nel Manuale dell'Ingegnere.
 f) secondo il documento antichi pesi e misure questa voce risale al 1840. Nel 1480 l'equivalenza corretta è di poco differente: 1 tomolo = 55.3189 l. Trattasi di unità di misura per gli aridi (cereali).
figura 1
 g)  con riferimento alla figura 1 proposta, l'equipollenza riportata si può riferire al 1811. La figura è tratta dal testo "Biblioteca di commercio".
 h) la misura del tomolo secondo la tabella di figura 1 sarebbe di 552,34 l, quindi di un ordine di grandezza superiore rispetto a quanto riportato sia nel Manuale dell'Ingegnere, sia nel testo "antichi pesi e misure". Ulteriori ricerche vanno condotte per capire dove risieda l'errore.
 i) il passo qui riportato non è il passo agrario, che segue una diversa equivalenza: 1 passo agrario = 7 + 1/3 palmi = 1,9336 m
l) l'equivalenza si riferisce ad un trattato di metà XIV secolo citato da Robert Delort in La vita quotidiana nel medioevo, Laterza 1997, pag. 55.

Vedi anche:
  • antichi pesi e misure - una ricerca di poche pagine su alcuni pesi e misure utilizzati nel meridione d'Italia.
  • Tavole di ragguaglio - pubblicate in diversi periodi e con molte revisioni nel XIX secolo, le tavole di ragguaglio servivano per unificare le misure della moltitudine di staterelli e culture italiche sotto il nuovo metro. Questa tavola è piuttosto vecchia, ma altre si possono trovare facilmente anche in versione digitale su google books.
  • Sistema internazionale di misure - un riferimento veloce a wikipedia circa l'SI.
  • Giuseppe Colombo, Carlo Rossi, Luigi Cucco "Manuale dell'Ingegnere Civile ed Industriale", ed. Hoepli, Milano, ed. 80esima, 1977
  • Per approfondimenti sui pesi della città di Napoli, devo ancora approfondire il documento Del sistema metrico della città di Napoli... di F. Visconti
  •  G. Bursotti, Biblioteca di commercio, statistica commerciale, documenti varj e nozioni attenenrti al commercio, Napoli, 1841.
  • Non ho inserito la misura del Braccio Barese, già nota in diverse comunità di ricostruttori, per mera mancanza di fonti attendibili. Sebbene sia mia opinione che la lunghezza di tale unità di misura sia confrontabile con quella di altre braccia italiane (poco meno di 60 cm), rimando a questo articolo già segnalato da Paola Fabbri per approfondimenti
  • Robert Delort, La vita quotidiana nel medioevo, ed. Laterza 1997, ISBN 978-88-420-5268-5
  • World's Roundest Object - un video (in inglese) molto interessante sul misurare i pesi e, in generale, un po' di storia della misurazione moderna.

Recensione: Storia degli strumenti musicali

10.2.14 0 Commenti A+ a-

Curt Sachs (1881 - 1959) pubblica questo testo nel 1940 e lo fa senza badare ad usare mezzi termini: leggendo queste pagine non si ha minimamente l'impressione di essere nel bel mezzo di un conflitto mondiale.

Il testo è consigliato caldamente a tutti gli appassionati di ricostruzione storica e di musica antica: trattando della storia, dell'accordatura e della funzione degli strumenti dalla preistoria sino alla musica elettronica, al termine della lettura si ha una ben precisa conoscenza di quello che è il panorama mondiale della produzione di rumori armonici.

Per comprendere appieno il testo è necessario un bagaglio di cultura generale non indifferente - purtroppo devo ammettere di essere ben distante dalla grandiosità della mente dell'Autore. Citazioni in diverse lingue, riferimenti a culture quasi estinte e salti geografici non indifferenti mettono a dura prova il lettore - che, cionondimeno, non si troverà annoiato o deluso dal testo, anzi!

Una minima infarinatura di teoria della musica è comunque necessaria per comprendere alcune nozioni.

Sachs non si limita a descrivere la storia degli strumenti musicali, ma impartisce anche concetti di antropologia, filosofia, religione e, ovviamente, archeologia. Non infrequenti sono anche i riferimenti ad altri studiosi contemporanei, che vengono bacchettati duramente qualora ritenuti in errore - ed anche l'autore stesso arriva a criticare taluni suoi lavori passati.

Impressionante è pure l'introduzione, a cura di Luca Cerchiari; se ricordate, già avevo citato questa introduzione in un altro articolo qualche tempo fa, riferendomi ad essa come ad un pezzo che da solo vale il prezzo del testo.

In definitiva, un lavoro eccezionale, d'altri tempi nella vera accezione del termine: con le sue definizioni, la splendida traduzione, 24 tavole e 127 disegni, il libro mi ha fatto innamorare e perdere completamente. Ogni biblioteca casalinga (e non!) dovrebbe possedere una copia di questo testo.

Informazioni
titolo Storia degli strumenti musicali
autore Curt Sachs
edizioni Oscar Mondadori
anno 2011 (prima ed. 1940)
pagine 628
costo 13.00€ (brossura)
ISBN 978-88-04-40744-7

I tempi del...

21.1.14 0 Commenti A+ a-

I tempi delle uscite magnificenti, dei grandi gruppi, i tempi dell'oro.
Sono finiti.

Parlando di rievocazione storica e Italia, quello che si vede qua nel nord Italia è la scomparsa progressiva di quegli eventi magari belli, ma gestiti male; e anche di quegli altri eventi, quelli belli sul serio, che, però, a causa di forze maggiori non hanno avuto pubblico e quindi non sono riusciti a finanziarsi.

Ieri sera mi son trovato a chiaccherare con J.B., uno di quelli che si diverte sul serio a coltivare questo hobby, proprio su questi temi. "Sono finiti i tempi in cui una associazione era abbastanza benestante da vestire completamente e a sue spese i figuranti".
Eccome se sono finiti.

Ma non voglio scrivere di cose amare: ogni periodo di crisi è un periodo di opportunità. Ora come ora quelle associazioni e quegli appassionati seri non devono appendere tutto al chiodo, ma tenere duro e ricominciare a creare nuove opportunità.
I. G., un altro della schiatta di cui sopra, mi diceva l'anno passato "ci ritagliamo una domenica, andiamo fuori, montiamo il campo e ci divertiamo come fosse un picnic: il posto lo si trova" e con gran ragione!
Non sono eventi che ti faranno mangiare, parlando dal punto di vista economico di una Associazione, ma sono queste le cose che vorresti fare come reenactor.
Non interminabili palii marchetta, con cortei al seguito di cavallerizzi di dubbio gusto "perché è scenografico" - (e la cavalcatura defeca copiosamente nda), non attese interminabili sotto il sole di luglio per aspettare che degli sbandieratori (che per altro non hai modo di "gustare")  abbiano finito le loro manovre.

Credo di sentire la necessità di eventi nuovi, perché tristemente comincio ad avvertire i semi del mal costume anche qui, in un hobby: persone che deridono iniziative perché "ma questo ti sembra un rimborso spese?" - ma cara grazia che ve n'é uno per le marchette! Persone che percepiscono stipendi come rimborsi spese, negli stessi eventi in cui altri, invece, vengono per il puro gusto di esserci (e quando chiedono qualcosa per la benzina si sentono dire che, se è così, nessuno li ha mai voluti lì per forza). Eventi politici, dove chi partecipa ha altre mire, o viene osteggiato per il suo "colore", o viene attaccato da critiche pesanti con pseudonimi su giornali locali. Se ne vedono veramente di cotte e di crude - al punto da pensare che il vero medioevo non sia che nella testa di alcuni, non nella nostra passione.

È un momento di grandi opportunità: per chi scrive su giornali medi e piccoli per cominciare a curiosare seriamente, senza aspettare l'imboccata. Per chi ha necessità di preservare luoghi di interesse storico e culturale di unire l'utile al dilettevole. Per chi ha buona volontà di lanciarsi.
E poi diciamocelo: quante belle compagnie di soldati romani abbiamo in Italia (e i Sardi qui siano fieri, mi sento di dire)! Perché mai fuori dal colosseo debbano esserci straccioni malvestiti e recalcitranti che potrebbero essere sostituiti qualche volta da reenactors seri lo sa solo l'alto dei cieli!

Questi sono i tempi del rimboccarsi le maniche e fare qualcosa di ben fatto, perché è faticoso, ma il divertimento è ineguagliato!



Alcune precisazioni: la qualità si paga e salata. Col sudore, la dedizione, lo studio, il sacrificio e non ultimo il denaro.

Molti palii italiani sono veramente belli, non me ne si voglia a male!

Soprattutto, v'è ancora tanta disinformazione su ciò che è rievocazione storica e ciò che non lo è, ma ci somiglia. Questo è un peccato e proprio qui miro a esortare chi parla e scrive ed è ascoltato a sensibilizzare un poco la sua platea: perché non si fanno le cose un tanto al pezzo, per Diana!

Palazzo Trecchi

20.1.14 0 Commenti A+ a-


Corte interna del palazzo con relativa targa a memoria della visita di Garibaldi, foto dell'autore

Palazzo Trecchi, Cremona. Costruito nel 1494-1496 da Giacomo de Trechis, è la nuova roccaforte della di lui famiglia, esiliata da Milano dopo l'assassinio di Gian Maria Visconti (1412) ad opera di alcuni congiurati, tra i quali Giacomo e il fratello Giovanni.

Planimetria del palazzo
Il palazzo, recante la firma dell'architetto Giovan Donato Calvi, ha una storia molto lunga e articolata, buona parte della quale si può trovare facendo riferimento al sito internet della fondazione che lo gestisce. Purtroppo, di tutta questa, ho potuto toccare poco con mano, l'interno del palazzo essendo chiuso ai visitatori. Ciononostante, la corte interna offre un discreto spettacolo, con l'entrata di un rifugio antiaereo costruito dalle forze d'occupazione tedesche durante i conflitti mondiali, riportata anche sulla cartina a lato: si tratta della piccola costruzione all'interno delle aree verdi del giardino.

Garibaldi a Cavallo fotografato
a Palazzo Trecchi.
Si ringraziano gli archivi di
Tivoli per aver scansionato e
resa disponibile la fotografia.

Più interessante, forse, è la fotografia scattata a Garibaldi a cavallo, che mostro qui accanto.

Scarse sono le informazioni relative al palazzo presenti in rete, per cui è consigliabile una sana ricerca su carta. Ad ogni modo, come già accennato, il palazzo viene restaurato nel 1843 da Alessandro Trecchi e, successivamente, nel 1990 da Guido Grandellini, che lo aveva acquistato un anno prima e da Alessandrà Biandrà. Il restauro è terminato da pochissimi anni (1999).

Per quanto riguarda la famiglia dei Trecchi, o, nella forma antica, de Trechis, le informazioni sono, purtroppo, ancora più scarse, per non dire nulle: quello che sono stato in grado di ricavare sono solo pochissime notizie circa altri edifici della famiglia. Invito, pertanto, chiunque abbia informazioni a riguardo a pubblicarle qui di seguito.

La corte interna di Palazzo Trecchi, sito in via Trecchi 20, Cremona. Foto dell'autore.




Vedi anche:
  • link - riferimenti del XVIII secolo alla famiglia Trecchi; altre notizie relative qui
  • link - riferimenti del XVI secolo alla famiglia Trecchi
  • link - pochissime notizie inerenti a Palazzo Trecchi
  • palazzotrecchi.it - il sito ufficiale del Palazzo

Recensione: Il guerriero, l'oplita, il legionario

8.1.14 0 Commenti A+ a-



Vi presento "Il guerriero, l'oplita, il legionario" di Giovanni Brizzi (curriculum), edizioni Il Mulino, Bologna 2009.

Il testo, circa 250 pagine, formato tascabile paperback, è un ricco saggio sulla storia della guerra in epoca classica. Ricchissimo di citazioni e riferimenti, più di quanti ve ne potranno mai servire se siete solo degli amatori, ve l'assicuro, questo piccolo testo è in realtà un breviario di storia latina e correlati.

Dopo una breve introduzione, il Brizzi, autore di più di un centinaio di testi storici e curatore di una rivista storica (la Rivista Storica dell'Antichità, non più in auge), ci introduce al mondo dell'antica grecia e dei suoi guerrieri. Da qui segue, con dovizia di particolari, una panoramica evolutiva del guerriero, con interessanti approfondimenti sulle tattiche militari in relazione al tipo di equipaggiamento dei soldati ed alle filosofie sociali e religiose tipiche dei popoli e dei periodi presi in esame.

Il testo si compone di 5 parti, ognuna a sé stante. La parte prima riguarda la Grecia antica e la nascita del milite organizzato. Dalla seconda parte alle successive si parla, invece, prevalentemente di Roma (terreno in cui il Brizzi eccelle), e, con dovizia di particolari, il lettore viene accompagnato attraverso tutta l'evoluzione del corpo militare romano dalle origini all'epoca di Augusto, con incisi riguardanti la guerra con Annibale, i Parti ed altri argomenti degni di nota. Magistrale l'abilità dell'autore, che riesce a trattare di svariate formazioni militari pur trattando come argomento principale lo sviluppo di Roma.

Testo assolutamente consigliato, specie per approfondimenti.

Informazioni
titolo Il guerriero, l'oplita, il legionario
autore Giovanni Brizzi
edizioni il Mulino
anno 2009 (prima ed. 2002)
pagine 238
costo 13.50€ (brossura)
ISBN 978-88-15-12567-5